Visualizzazione post con etichetta Odio Picasso. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Odio Picasso. Mostra tutti i post

lunedì 26 gennaio 2026

Specificità dei mezzi artistici

Un tempo, a meno di essere dei geni, serviva un lungo apprendistato per imparare bene una tecnica artistica: che peraltro era costosa da usare e quindi non ammetteva sprechi o tentativi dilettanteschi.
Quindi, o facevi il pittore, o lo scultore (a meno appunti di essere dei geni); il musicista, o l'architetto: con un'identità precisa ben specializzata, senza confusioni.
Questo però ha portato a un certo punto a un certo accademismo: si faceva così, e basta. E quindi all'immobilismo, si fa sempre la stessa cosa. Per reazione allora il modernismo fa il contrario: architetti che fanno i pittori o i registi, scultori che fanno i teatranti e i musicisti, e viceversa; fino al paradosso di sculture (ferme) che vogliono rappresentare la velocità e il movimento (ma allora perché non fare un film?) e film statici con inquadratura fissa (ma non si poteva fare un quadro?), quadri che esplorano la terza dimensione mediante tagli (non si poteva fare una scultura?), musiche mute di cui guardare solo la grafica dello spartito (e fare un quadro?), eccetera eccetera.
Oggi accedere ai mezzi d'arte non è così difficile, né troppo costoso. Chiunque può fare una foto o comporre una musica con i mezzi abbastanza economici a disposizione. Basta però scegliere quelli giusti: tre dimensioni? Scultura. Due: foto (realtà istantanea, impressioni) o pittura (invenzione). Suono? Musica. Immagini e scrittura? Fumetti. E via così.
C'è una specificità, meglio usarla.



lunedì 19 gennaio 2026

Tribunali e artisti.

Un tribunale ha stabilito che conta chi ha l'idea di un'opera d'arte, non chi la realizza. Nel caso in questione, la scelta del tipo di mocassini indossati dal papa abbattuto da un meteorite o la stoffa della giacca del piccolo dittatore inginocchiato sono stati giudicati irrilevanti.
Probabilmente c'è una legge che stabilisce così.
Ma se pensiamo (ad esempio) a “Mille bolle blu”, diciamo che è una canzone di Mina o di Parravicini/Rossi? E “Tintarella di luna”? Se la canta la Pausini, diciamo che canta una canzone di Mina o di De Filippi o chi so altro? Eppure, l'idea della canzone è loro, Mina è solo un'interprete.
Ma immaginiamoci sempre i giovani Mick Jagger e Keith Richards. Hanno appena scritto Satisfaction, e si dicono: be', il più è fatto. Noi abbiamo avuto l'idea, che è la cosa principale: adesso mandiamo Jack e Bob a cantarla sul palco (davvero?).
E quando facevano le statue, l'importante è che fosse la mano del maestro a dare il tocco finale (spesso la sbozzatura la faceva la bottega). Michelangelo sceglieva personalmente nelle cave i blocchi di marmo da scolpire - o gli bastava mettere il suo nome sotto il disegno iniziale del David?
Insomma la legge può dire quello che vuole. Ma in arte conta anche la materia, il suono, le mani (non solo l'idea).



mercoledì 1 maggio 2024

Finto.

Finto libertario. Finto ribelle. Finto alternativo.
Se una canzone come Albachiara (dove immagina una ragazzina che si masturba nella sua stanza) fosse cantata da uno tipo Berlusconi, l'avrebbero arrestato per pedofilia (giustamente).
Va a Sanremo, per la sua casa discografica copre il target dei giovani indisciplinati. È un prodotto di mercato. Poi qualcuno ci casca, per carità.

[per la cronaca, il suo manager  negli anni '60 era stato infiltrato dalla polizia nei circoli anarchici milanesi; da qui, dopo Piazza Fontana era stato fra quelli che aveva falsamente accusato Pinelli (che poi morì – o fu ucciso – in Questura); per questa sua delazione comunque fu aiutato a ottenere i permessi per aprire la sua discoteca, dalla quale partì il suo successo. Il suo manager.]

mercoledì 4 agosto 2021

Classico vs contemporaneo

Classico è quando guardi una cosa tutti i giorni e non ti stanchi mai, trovi sempre qualcosa che ti piace.

Contemporaneo è quando dici: be', questo lo potevo fare anch'io. E qualcuno obietta: sì, ma lui l'ha fatto prima.

Classico è quando non importa chi ha fatto l'opera, anche una copia (o un falso) va bene. Contemporaneo è quando fa schifo, ma l'ha fatto Picasso. Se uno copia un contemporaneo, è un pirla (o un furbacchione).

Classiche sono le statue del Buddha, sempre uguali da secoli ma sempre un po' diverse. Classici sono i templi giapponesi, sempre in ristrutturazione – ma le parti nuove non si notano, solo gli alberi sono quelli originari. Se aggiungiamo noi qualcosa a una chiesa, subito si nota, è un falso storico. Ma chi invece noterebbe se una siepe di bosso è stata piantata dieci anni fa, o cento?

Classico è un pezzo di musica suonato da Claudio Arrau o da Svjatoslav Richter: è la stessa musica, ma diversa. E nessuno dice: be', questo lo potevo fare anch'io.

Classico non è “stanca ripetizione”. Contemporaneo è tutto il contrario.



lunedì 3 maggio 2021

Performance Art

Un gruppo di persone in mezzo a una grande folla di spettatori in festa, strappa la statua di un mercante di schiavi dal piedistallo e la butta nel fiume.

Qualcuno la chiama cancel culture. Io dico che una rappresentazione artistica di simile risonanza mondiale, collettiva e anonima, su un tema così sensibile, non si era mai vista.

Altro che quelle banalità che si vedono in Biennale.





domenica 2 maggio 2021

Nel tempio Shinto, ci si può affacciare uno alla volta verso l'edificio nel quale, dietro a una tenda, sta qualcosa che richiama una divinità (che non si sa cos'è). Si getta un'offerta, si battono le mani due volte sopra la testa, il suono schiocca forte nella corte. Fra i frequentatori ci sono giovani donne in carriera, ragazzi, professionisti in giacca e cravatta.
Attorno al tempio ci sono alberi, fiori, laghetti pieni di pesci colorati e cascatelle che ricordano quelle di montagna – ma è tutto fatto e mantenuto nel tempo come se.
Prima di entrare nel recinto, ci si sciacqua le mani con un mestolo che pesca nell'acqua corrente.
Nel bosco sotto gli alberi all'intorno, statue di Buddha in legno si infradiciscono lentamente, si coprono di muschio e tornano lentamente alla natura.
Sulla scalinata che porta al tempio Zen, chi sta per entrare dà un colpo alla campana. Così, nel bosco, il suono della campana annuncia la gente che arriva: un tocco solitario, è quasi vuoto; una serie di tocchi, tanta gente sta arrivando.
Nel recinto, all'esterno, un braciere fumoso su cui si passano le mani.
Dentro il tempio di legno, un monaco prega seduto per terra davanti a un fuoco furioso, alto più di due metri, che rugge, scalda e affumica tutta la stanza.
Uscendo dal tempio, si scrivono su tavolette di legno i propri desideri, che poi vengono appesi a un graticcio dove tutto sbattono leggermente nel vento. Il suono di centinaia di tavolette oscillanti nel vento è quello dei nostri desideri che se ne vanno.














[e poi parlano di performance artistiche!]

lunedì 26 ottobre 2020

Nelle grotte francesi

C'è una grotta, quella di Chauvet, dove circa 30.000 anni fa i nostri progenitori – peraltro del tutto simili a noi come siamo adesso, la fisiologia non è cambiata – hanno lasciato disegni di incredibile realismo. I leoni sono disegnati con una tale perfezione e con dettagli così precisi, che questo ha permesso di risolvere i dubbi dei paleobiologi sulle parti molli degli animali, poco conservate nei fossili: i leoni maschi avevano o no la criniera, ad esempio? Ebbene si è risolto perché il disegno della coppia di adulti, maschio e femmina, è preciso e chiarissimo, sia nel sesso dell'animale che nella capigliatura (per inciso, non l'avevano). E pensate al coraggio, alla curiosità e alla dedizione che ci voleva per stare lì vicino nascosti a ritrarre un animale comunque molto pericoloso; per poi riprodurlo sulle pareti della caverna, al buio. E lì, colpisce la fantasia del pittore: le leonesse sono dipinte dietro una grossa stalattite, che scrutano di nascosto i pacifici erbivori che stanno al di là sulla parete, ignari. Una mise en scéne di tutto rispetto, site-specific, si direbbe adesso.
Ma non è finita. In un'altra grotta, un cinghiale di argilla, perfettamente rappresentato con grande realismo, è tagliato in due da un colpo di lancia – una performance. Due chilometri in fondo a una grotta, dove passavano il letargo gli orsi delle caverne – ci sono ancora i segni degli unghioni sulle pareti – una fila di mammut. E un autoritratto degli autori: senza barba, con un cappellino, il nasino. Uguali a noi, insomma, non dei bestioni come li si rappresenta di solito (ma tutti quei grossi animali sono spariti, cacciati fino all'ultimo in realtà non per motivi di nutrimento, ma come festa dei cacciatori esibizionisti – potenza della socialità! - chiamiamola così...).
Di questa tradizione figurativa, che durava appunto da trentamila anni, il Novecento verrà ricordato come l'età in cui è scomparsa (come dice Jean Claire).
Non dico che vada recuperata nella forma. Ma almeno nello spirito.
[ah, in un'altra grotta hanno trovato anche un flauto d'osso, con cui si possono suonare le sette note – e quindi anche le nostre canzoni. E in giro ci sono ancora testi che dicono che va superata la musica tonale, che è stata “imposta”. Ma per favore...]
[E nel giorno più buio dell'anno, una lama di luce del sole nascente entra nella stanza più nascosta di un dolmen, a fecondare la vita che rinasce]

martedì 20 ottobre 2020

Bbody artt!

Sembra che sia destino di molte avanguardie esplodere all'inizio come novità, poi cercare di superarsi estremizzando, per finire poi per ripetersi ed annoiare.
Yves Klein iniziò intingendo donne nude nell'inchiostro e facendole rotolare sulla carta. Quella sì era arte! Perbacco (e le ragazze poi...).
Gli rispose una giapponese che si infilò un pennello nella figa e dipinse con quella (il rendiconto pudicamente dice: nelle mutande. Ma come faceva a tenerlo?). Così impara, quel maschilista di Klein.
Seguì un'altra che dipingeva nuda su un'altalena (e gli spettatori potevano spiarla da dei buchini nelle pareti).
Uno che pisciò sugli spettatori. Uno che fece correre gli spettatori al gelo fra urla, puzza, rumori e pericoli vari.
Uno che fa la cacca in pubblico e poi se la mangia.
Uno che si fa inchiodare sulla croce.
Uno che si fa inchiodare, ma per i genitali.
Un altro che si fa inculare da un cane in diretta.
Una che mette degli strumenti di tortura sul tavolo e dice fate di me quello che volete (sembra un po' uno di quei terribili video porno sado-maso).
Che altro resta da fare ancora?
Spararsi nelle cervella in diretta.
Bombardare una città fino a raderla al suolo.
Mettere un po' di spettatori nudi al gelo e poi infilarli in una macchina che li uccide – ad esempio (tranquilli, ci ha già pensato qualcun altro...).
Insomma, è stato un fuoco di paglia, un vicolo cieco (finalmente). O una resa esibizionista alla mercificazione capitalista, per dirla in altri termini (altro che critica o denuncia).
(tranne che c'è ancora qualche artistoide di provincia che ogni tanto ci prova: ci mettiamo tutti nudi e ci diamo manate con il colore! È body art! - ma è solo per acchiappare qualche ragazza ingenua)
Sic transit.

[c'è da chiedersi però quale fosse il meccanismo che spingeva le ragazze a prestarsi alle performance di Aktionismus. Masochismo? Voglia di apparire? Per quale motivo ti fai coprire di fango, umiliare, denudare e maltrattare in pubblico se non per partecipare in qualche modo alla gloria dell'artista (o sedicente tale)?]






domenica 31 maggio 2020

Modesta proposta

In arte

l'opera va vista in sé

non conta la firma

non conta chi l'ha fatta prima

Conta che sia tua

conta se è bella

e quanto è fertile (ovvero quante altre idee e quante belle opere ispirerà)

a lungo nel tempo.


[e quindi:

non interessa chi vuole "darti un'emozione"
quello che vuole "regalare un'esperienza"
quello che suggestiona con parole vaghe e pensose (e pompose)

no a chi vuol far dire "wow!"
no a chi vuol far dire "mumble..."]

mercoledì 29 aprile 2020

La trovata


Al liceo una volta avevamo organizzato una mostra di pittura fra studenti. Andava di moda allora il figurativo, non so perché, forse una reazione all'astrattismo più mainstream, chissà. Comunque, erano tutti ritratti, paesaggi, cose così.
La sera prima dell'inaugurazione ci trovammo a montare i nostri dipinti, ed ecco, c'era uno, che aveva sempre fatto vanto delle sue doti artistiche, e che parlava molto delle sue idee e della situazione generale e delle sue intenzioni, ma insomma ecco che i suoi quadri non erano granché, anzi apparivano decisamente più brutti degli altri: i ritratti sgraziati, i paesaggi tristi, il disegno incerto, i colori dati male. E se ne stava lì avvilito con i suoi quadretti.
La mattina dopo, subito prima che iniziasse ad arrivare gente, ecco che interviene sui suoi quadri: il ritratto viene tagliato in due (disvelamento della vera natura dell'arte borghese), sul paesaggio compare una grossa macchia rossa (ad indicare la violenza della tecnologia sulla natura). Grande successo. Le ragazze guardavano ammirate le sue opere, oh che originale! (i professori invece storcevano il naso, ma non dicevano niente.)
Ecco, questa è una trovata. Qualcosa che stupisce e ti risolve un problema, in una maniera che in qualche modo si appella al quel grande mistero delle cose artistiche (che gli americani chiamerebbero “arty”).
Anni dopo, ricordo che c'era stato un invito a presentare progetti di architettura sul tema del rapporto fra arte e natura, e una ragazza proprio non ce la faceva, il suo progetto non marciava, oramai era la sera prima e non c'era nulla di decente da portare: ma la mattina dopo si presentò con uno specchio, tutto è natura, l'arte la deve riflettere, piacque molto.
E la “trovata” è una tipica cosa italiana, anche all'estero mi sembra si dica così, tipo a teatro certe parole sono entrate nell'uso come “piano” e “allegro”: quando la trama è ingarbugliata e non si sa come uscirne, ecco un deus ex machina che piace al pubblico e risolve la cosa.
Peccato però che alla lunga non duri. Mica puoi uscire con una trovata tutte le volte (qualcuno lo fa...). Lo studente da quella volta smise di dipingere, fu la sua ultima mostra (per qualcun altro no). E la ragazza, l'ho incontrata qualche giorno fa, di lavoro fa parte di qualche commissione paesaggio nei Comuni fuori Milano, dice la sua, prende un gettone di presenza, d'altra parte è di buona famiglia e la casa gliel'hanno comprata i genitori, il suo fidanzato fa il broker, se la cava così. Gli altri invece progettano parchi.

martedì 18 febbraio 2020

Teatranti.


Ai tempi del movimento c'era ovviamente un gran fiorire di attività collaterali alla politica ma anzi esse stesse parte della politica: scoperta del corpo, espressione del sé, riscoperta della natura, attività artistiche varie (meglio se di avanguardia): l'idea era di vivere – anche temporaneamente – ciò che il capitalismo ci negava e quindi la creatività, il vero io, la cultura vera, l'autonomia, l'essere sé stessi, senza distinzioni di ruolo e di classe, aperti a tutti, ecc, ecc. E in tutto questo fiorire il ruolo clou l'aveva il teatro, o meglio i laboratori teatrali, dove si sperimentavano nuove forme di vita, di espressione, di arte, di azione, che in realtà erano tutte la stessa cosa.
Lei appunto frequentava questo gruppo di sperimentazione teatrale, dove l'accompagnava il suo fidanzato, più impegnato in politica in verità, un po' estremista, ma insomma era sempre lì con loro che facevano le stesse cose, l'espressione di sé, ci si spogliava, si urlava, la verità che veniva fuori. Il teatro insomma era centrale nella sua vita, e me la ricordo in mezzo a un campiello a Venezia (ancora non c'era il Carnevale, quello organizzato) che improvvisava una scena mimica fra lo stupore dei passanti.
Ma un giorno il suo fidanzato venne arrestato. Si scoprì che faceva parte di un gruppo, sì, un gruppo della lotta armata, vicino a Prima Linea. E sì, quando c'era stata quella vicenda in Libano, quella dei campi palestinesi, dove l'esercito israeliano aveva coperto i miliziani, ed era stato un massacro, Sabra e Chatila, ricordi? Inizio anni '80, '81, '82... insomma lui e il suo gruppo per protesta erano andati a mettere una bomba alla scuola ebraica. Una bomba, capisci? Certo dimostrativa, era scoppiata di notte, quando non c'era nessuno, una bella sceneggiata – ma pur sempre una bomba. Dove ci sono dei bambini.
E quell'anno il laboratorio teatrale che fece? Dopo aver rotto i coglioni per anni sul rapporto fra politica e cultura... tra il collettivo e l'individuale... fra quotidianità ed eccezionalità... fra caso e volontà... ecco, quell'anno il tema fu il “musical”. Avevano avuto un'offerta, forse se lo facevano bene c'era la possibilità di essere presi in uno stabile, un bel salto di qualità, un musical sul far west, con le ragazze che ballavano nel saloon con le gonne corte e le pistole, pistolettate e gridolini.
E quanto ci avevano rotto i coglioni, prima. Be', inutile dire che a teatro non ci sono tornato più.

[in verità però lei aveva ottenuto che ci fosse qualcosa che ricordasse la sua situazione: e quindi a un certo punto spuntava dal fondo, vestita in borghese, tirava fuori una P38 immaginaria, piegava le gambe, e con le braccia tese davanti a sé sparava al pubblico. La gente  si chiedeva: e questo cosa c'entra? Ah questo teatro d'avanguardia, non ci si capisce niente!]

mercoledì 22 gennaio 2020

Lo stato delle arti.

Sulla musica contemporanea (di cui non capisco nulla, beninteso) c'è poco da dire. Nessuno l'ascolta più, se non qualche superintenditore. Nessuno fischietta Stockhausen o Varese, per dire, o tornato a casa si sente un'opera di Britten per rilassarsi. Un tempo invece non era così, quando Mozart andò a Praga per la prima del Don Giovanni, nelle strade i garzoni dei panettieri fischiettavano le arie delle Nozze di Figaro; e anche l'Imperatore. L'Imperatore e i garzoni sentivano la stessa musica insomma: e che musica! Buona sia per gli esperti che per i semplici, per i ricchi e per i poveri. Oggi questo ruolo di musica per tutti viene svolto dal pop-rock-blues, inevitabilmente i vuoti tendono a riempirsi (e alla fine qualche musicista contemporaneo l'ha capito e allora torna alle melodie, vedi Einaudi o Lezioni di Piano).

Un po' diverso il discorso delle arti figurative. Qui il destino da un punto di vista formale è stato abbastanza simile, la produzione di Hirst, della Abramovich e simili è abbastanza equivalente – come significato e importanza – alla musica contemporanea (ovvero, nulla). Ma stranamente c'è un certo successo di pubblico, tutti un po' si vergognano a ritenere che quelle siano schifezze, c'è poi l'effetto tulipano nero per cui le quotazioni crescono, e la Biennale di Venezia quindi è piena (complici anche le calli e i bianchini – e le belle ragazze). Ma il discorso cambia poco, nessuno può seriamente pensare che i concetti spaziali di Fontana siano l'equivalente della statua del Colleoni a San Zanipolo, per dire, tutti capiscono i riferimenti alla romanità, ai cavalli di San Marco; se invece vai alla fondazione Prada, una gentile signorina si avvicina a sussurrare il significa dell' opera che stai guardando (che altrimenti nessuno capirebbe). È così anche per l'Assunta di Tiziano ai Frari? C'erano omini che si avvicinavano a spiegare il significato dell' opera? Ne dubito assai. 
Per dirla con Jean Claire, il secolo passato verrà probabilmente ricordato come quello in cui una tradizione umana di pittura figurativa che durava da trentamila anni si è interrotta. 
Anche qui, un po' ha fatto la fotografia – ma anche questa oramai ha pochi autori originali, nel senso che ne ha troppi (e non è un male, per carità). Per fortuna ci sono i fumetti.
Poesia, non la legge nessuno. Scultura, a parte qualche orrido arredo stradale, non la fa più nessuno. Teatro... be', anche lì ci sono tante scemenze. Per fortuna c'è il cinema (che pure è una cosa diversa).

Resta la letteratura. L'unica arte che in qualche modo sembra essersi salvata. Non ci sono libri formati solo da pagine bianche, ad esempio, o di sole lettere A (qualcuno ci ha tentato...). I libri continuano ad avere un inizio e una fine, e spesso dei protagonisti. Per quanto moderni, Sebald e Carrére (per esempio) restano leggibili, così come molti Nobel e altri autori amati dalla critica e dal pubblico. E questo è un buon motivo per scrivere.


martedì 23 luglio 2019

Böcklin (altro che i futuristi)


Pittore simbolista molto famoso a suo tempo, oggi un po' meno (va di più la linea impressionismo-espressionismo-astrattismo, ecc.). Un suo quadro, l'Isola dei morti, ispirato a vari paesaggi forse italiani (si dice il santuario del Sasso sul lago Maggiore o la tomba di Augusto...) era il quadro preferito di Hitler, che lo teneva nel suo studio (ne esistono peraltro diverse versioni); è poi citato più volte da De Chirico, in particolare  nell'Enigma dell'oracolo sembra ripresa la figura di spalle di Odisseo e Calypso.
Ma la cosa interessante è che quando era in Italia aveva pensato di dedicarsi agli studi sul volo, e si era proposto di realizzare per primo un mezzo volante più pesante dell'aria, un aeroplano, insomma. Si era dedicato interamente a questo, investendo tutti i suoi risparmi (e quelli dei suoi amici) nella progettazione e realizzazione di un prototipo, che adesso era pronto per il primo volo di prova. L'aereo era lì, sulle colline di Firenze, e tutto era a posto. Sarebbe passato alla storia. Come Leonardo, più di Leonardo: non solo l'ideazione, ma anche la realizzazione, e il volo! Ma d'improvviso ecco che inizia ad alzarsi un forte vento: cambia il tempo, bufera in arrivo, le nuvole si addensano sempre più nere, non si può volare, un colpo di vento più forte solleva l'aereo, lo strappa dagli ormeggi, lo trascina via, finisce in un burrone: tutto distrutto, fine del sogno. Böcklin dovette tornare a dipingere, non aveva più soldi. Qualche anno dopo, i fratelli Wright avrebbero fatto il loro primo volo in America, e fine della storia. In Italia ci sono rimasti i fauni e i tritoni, i miti classici e gli enigmi – gli aeroplani altrove.
Altro che i futuristi! Questa è vera modernità: mica limitarsi ad esaltare il volo e la velocità: ma farlo (o almeno tentarci). 



lunedì 29 aprile 2019

Arty (Johnson e Kennedy)


Kennedy era bello. Johnson no, anche se era abbastanza alto - ma bello no. Kennedy era ricco di famiglia. Johnson no, era nato povero, si era fatto da solo. Kennedy era uno stronzo con le donne (ma aveva successo), Johnson era molto legato a sua moglie, che aveva conosciuto prima di avere successo.
Kennedy ha cercato di invadere Cuba con la CIA, e ha iniziato la guerra in Vietnam. Aveva anche rapporti con la mafia. Johnson ha iniziato il più grande programma di protezione sociale americano (the Great Society) e ha dato i diritti civili ai neri. Ha anche cercato di finire la guerra in Vietnam ereditata dal suo predecessore, senza però riuscirci, ostacolato dalla destra repubblicana di Nixon (che invece la pace la fece nel 1973). Insomma, uno era un figlio di puttana e l'altro no – per carità, magari anche lui, ma meno.
Eppure, tutti adorano Kennedy e tengono in poco conto Johnson. Anche il segretario della federazione giovanile comunista (comunista!) italiana di allora adesso dice che da giovane era kennediano (figurarsi! Se era comunista, i suoi idoli quel tempo dovevano essere Brežnev e Kossighin, no? Se fosse stato davvero per Kennedy, come mai non era repubblicano o simili? C'è da sganasciarsi – davvero c'è da chiedersi come mai non sia stato seppellito dagli sberleffi).
Comunque sia, Johnson è forse il presidente americano che nei fatti è stato il più progressista di sempre – eppure è considerato un simbolo dell'establishment, osteggiato e sbeffeggiato dai movimenti degli anni '60. Amareggiato da tanta impopolarità, non si presentò per un secondo mandato, preferendo ritirarsi nel suo ranch (dove morì relativamente giovane), aprendo la strada a Nixon e alla revanche conservatrice e reazionaria che da allora domina il mondo. C'e anche chi dice che sia stato in realtà Johnson a organizzare l'attentato a Kennedy, per pura invidia.
Insomma, ci sarebbe materia per farne un racconto articolato e complesso. E invece, lo scrittore D.F. Wallace (sì, proprio lui, l'osannato autore di Infinite Jest) tira fuori un racconto senza capo né coda in cui Johnson scoreggia, ha un assistente che gli appiccica i francobolli e non si capisce perché, assistente che sposa un haitiano anche se ovviamente i matrimoni gay allora non c'erano, e infine muore anzitempo di infarto.
Ho letto recensioni entusiastiche di questo racconto. Davvero. Io invece lo trovo “arty”. Ovvero, quell'atteggiamento di quando hai sì un certo talento, ma non sai come usarlo: e le trame ti sembrano tutte ovvie, e i personaggi scontati, e allora cosa fare? Qualche bizzarria. Qualcosa di stravagante a cui non aveva pensato nessuno, e tutti a dirsi: ecco un artista! Come quegli architetti che sanno costruire solo palazzate con le finestre tutte uguali, tipo ministero della paura, e invece no: una di sghembo. E perché mai? È lo sgarro, la bizzarria che mostra che siamo di fronte a un genio, chissà mai cosa avrà voluto dirci. E così tanti autori americani: scrivono racconti con lo stampino (vedi New Yorker), ma per aggiungere un po' di pepe, ecco: una cosa strana. Meglio Johnson, forse.


sabato 20 aprile 2019

Gauguin era un turista sessuale.


Mi sono sempre chiesto perché le ragazze polinesiane nude o poco vestite ritratte da Gauguin avessero l'aria così triste. Sì, certo, il paradiso dei mari del Sud, la libertà sessuale, l'amore libero... ma non sembravano così gioiose.
Adesso si scopre quanto era evidente: G. era solo uno dei tanti bancari francesi stufo del freddo e della nebbia che approfittando dei suoi soldi e del potere coloniale della sua nazione, sottometteva ragazze che volentieri avrebbero fatto ben altro: le pagava o le violentava, ecco cosa. E ne abbiamo fatto un mito.
E le "Donne di Algeri" mezze nude e affamate di sesso che popolavano i quadri dell' Ottocento francese? Erano delle poverette asservite ai colonialisti, diciamolo. E i racconti di libertà sessuale delle ragazze delle isole raccolti da Margaret Mead? Anche lì, molto è inventato, le ragazze ne avevano sparate di grosse per prenderla in giro. Quei paradisi insomma forse non sono mai esistiti (se non – fortemente – nella nostra fantasia).

martedì 29 gennaio 2019

Finti


C'è questo noto processo della modernità, per cui attività complesse e costose, riservate ai ricchi e a professionisti specializzati, diventano man mano (grazie alla tecnologia) meno costose e accessibili a tutti. Certo, in quel processo qualcosa si perde, una certa qualità ad esempio; ma si guadagna in democrazia (il famoso “accesso al simbolico”) e immediatezza.
Ad esempio la musica: una volta era suonata da orchestre, che pochi si potevano permettere. Adesso c'è l'mp3, la musica te la puoi ascoltare quando vai in giro per strada, in spiaggia, dove vuoi, ed è praticamente gratis, anche comporla è semplice. C'erano le carrozze, e adesso ci sono le automobili. C'era la pittura, e adesso c'è la fotografia digitale, praticamente gratis, la può fare chiunque e ovunque, anche in cima a una montagna o in mezzo al mare.
Ma c'è qualcuno a cui questo processo non piace. E capisco chi vuol tornare alle origini: andare in giro a piedi o a cavallo, suonare la chitarra e cantare, disegnare e dipingere. Quelli invece che non capisco sono quelli che si fermano a metà: a cui piace solo il vinile, ad esempio, la 500 con la doppietta, la foto analogica con la pellicola e gli obiettivi fissi.
C'è una forma di snobismo da quattro soldi, dietro tutto questo. Tutti fanno foto con il telefonino, io uso una Voigtländer del '61. Vado in giro con una Vespa del '74. Ascolto dischi jazz del 1950, mai più riprodotti. E perché mai?
Un po' è per ribadire il proprio ruolo, solo io sono capace – con tutte le conseguenti legnosità del caso: sedute di posa, provini, messe in scena, inquadrature “arty”, perdita di immediatezza. Ma un po', penso, è per fare colpo sulle ragazze, fanno quelli speciali, che non sono come tutti - nel modo più facile, peraltro
(e c'è anche qualcuna che ci casca, e che magari è anche felice di cascarci - e - quindi - saranno anche fatti suoi, no? Ma in questo ritorno all'atelier, alle donne ritratte tutte uguali, con la stessa pettinatura, i vestiti, la posa scelta dal fotografo... c'è qualcosa che non funziona. Perché fare i burattini nel teatrino di un altro? In questo abbandono, forse, sembra di vedere anche poco amore per sé stessi)

giovedì 4 febbraio 2010

Le smanie per l'assoluto.

(Irwin e Turrel a Villa Panza)
Alterazione stati di coscienza, astrazione, spiritualismo ieratico, aristocrazia sognante, psichedelia anni '60, paura della sensualità.
Quasi quasi però preferisco quello che c'è nelle mutande e fra le dita dei piedi delle donne che vanno a Milano in treno per lavoro.

(ma Turrel mi piace, davvero. Soprattutto Sky Space, con la sua aria vagamente da stabilimento balneare fuori stagione)

giovedì 28 gennaio 2010

Nuove forme d'arte

Per Stockhausen, l’attentato dell’11 settembre alle Torri gemelle è stato “la più grande opera d’arte”.
Secondo David Bowie, Hitler (chiamato “l’artista” dai suoi) è stato una grande rock star ante litteram; ma anche, si potrebbe aggiungere, grande performer (milioni di comparse, sangue vero, suicidio finale del protagonista in scena – altro che Marina Abramovich!), per non parlare della land art (territori interamente trasfigurati) o degli interventi multimediali (i fari delle contraeree che disegnano cattedrali gotiche cangianti nel cielo notturno… lo dice Speer). Nel nostro piccolo, c’era anche stato anche il poeta-soldato con il suo lancio dall’aereo di estetiche bombette (poi imitato da Mussolini e figlio).
Il ’68, “teatro di strada” (secondo Raymond Aron – o era De Gaulle?).
Tutto il resto a confronto è robetta.

martedì 26 gennaio 2010

Andy Warhol era pagato dalla CIA?

No. Strano, però. Ne ha tutte le caratteristiche (vedi): grande attenzione agli aspetti finanziari e di mercato, cultura elitaria, smaliziata e all’avanguardia, ma accattivante e facilmente comprensibile dal grande pubblico, provenienza da un paese dell’Est, elogio della Coca-Cola. Per la CIA sarebbe stato perfetto.


domenica 24 gennaio 2010

Rothko arreda molto.

Fintantoché faceva i suoi quadretti tormentati sugli omini in metrò o i disegnini astratti, non se lo filava (giustamente) nessuno. Ma appena ha iniziato a fare quei bei gialli, quei rosa, quegli azzurri! Tutto così semplice e chiaro, vedi, starebbe bene in salotto, sopra il divano. E’ di moda, d’avanguardia, intellettuale e sta bene con le tende.
(veri quadri di R., nb)

(p.s.= secondo Frances Saunders, “La guerra fredda culturale”, R. è stato anche finanziato a sua insaputa dalla CIA, che voleva far fronte alla sfida culturale degli intellettuali comunisti (i Brecht, gli Aragon , i Neruda - mica potevano fronteggiarli solo con un Koestler) dimostrando come in Occidente c’era vera libertà di fare anche le cose più strane. Il soggetto ideale da promuovere era quindi un modernista progressista, anche di sinistra, purché non comunista: socialista, anarchico, radicale, ecc.: tutto, purché non legato all’Urss; meglio se proveniente dall’Est.
Le modalità di finanziamento (documentate) erano: la CIA versava i soldi a una fondazione culturale privata; questa faceva un finanziamento ad un museo, ad esempio il MoMA, per comprare opere dell’artista scelto; riviste culturali, critici e intellettuali finanziati sempre da loro sostenevano culturalmente l’operazione. E non bisogna neanche pensare che si trattasse di uno speciale dipartimento estetico particolarmente sofisticato: chi si occupava di questi finanziamenti è lo stesso che pagava la malavita marsigliese per attaccare i picchetti dei portuali in sciopero, ed è lo stesso che ha organizzato il colpo di stato in Iran del ’53 – mica donnicciole, insomma. Un altro lanciato così al successo sembra sia stato Pollock (adesso si spiega! altrimenti è incomprensibile, era uno buono giusto ad ispirare stoffe).
Ma la vera domanda che si pone Saunders (e noi con lei) non è politica, ma estetica: quanto sono autentici i nostri attuali giudizi estetici? Quanto sono stati distorti dalla politica? (per una diversa opinione, vedi qui cosa ne pensa qualcun’altro - la CIA (in breve, quello che dicono è: e allora? Ebbene sì, li abbiamo finanziati noi, cazzo vuoi?)))