Visualizzazione post con etichetta tradizione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta tradizione. Mostra tutti i post

martedì 4 novembre 2025

Tradizione, usanze e conservatorismo.

Tradizione è quando si continua a fare una cosa da tantissimo tempo, non si sa bene perché, non se ne vedono particolari vantaggi ma si sente che è importante e si sta meglio quando la si fa.
Ad esempio: seppellire i morti (anziché buttarli in mare o altro – come peraltro è avvenuto, ma per sfregio). Portargli dei fiori, scrivere una pietra con sopra il nome. A cosa serve? Non si sa, lo si fa e basta. Altro esempio: accendere delle luci nel giorno più corto dell'anno, un raggio di sole penetra nella grotta lunga e buia, nascerà un bimbo che salverà il mondo (non a caso Natale viene festeggiato più di Pasqua, anche dai non credenti – e non solo per i regali).

Usanza è quando si fanno certe cose da tempo immemorabile, perché lì si è accumulato un sapere che è meglio non perdere. Ad esempio i sentieri di montagna, che sono lì da millenni e che sono tuttora il percorso più rapido, più sicuro e più comodo fra un posto e l'altro (a piedi beninteso). Nei territori abbandonati i sentieri premuti da migliaia di piedi per migliaia di anni li trovi ancora lì, sotto il groviglio della vegetazione che gli è cresciuta sopra. O certi cibi, buoni, sani, poco costosi: e che si preparano da anni e anni.

Conservatorismo invece è quando non si vogliono cambiare le cose perché non si vogliono perdere i propri privilegi. Ad esempio: le donne devono restare a casa, come è sempre avvenuto (non è vero, hanno sempre lavorato: solo, a un certo punto le hanno tenute a casa notoriamente per controllarle meglio e non farle scappare).
Oppure: ripristiniamo il Columbus Day come si è sempre fatto, e aboliamo il giorno per i nativi americani.
Questo però non è tradizionalismo. Questo è un bieco, abbietto e lurido tentativo di ripristinare vecchie idee e vecchi privilegi. Non facciamo confusione - e chiamiamo le cose con il loro nome, please.


giovedì 8 aprile 2021

Fine della glaciazione (e inizio di un'altra).

Pare che l'ultima grande glaciazione sia finita molto rapidamente, nel giro di una generazione. Per cui chi era nato in mezzo ai ghiacci, si è trovato poi improvvisamente e inaspettatamente in mezzo ai fiori, al tepore, al sole, ai profumi e all'abbondanza (pare che questo ricordo sia rimasto in molti miti, come quello del progresso o del paradiso che ci attende).
È un po' come quando si è piccoli e un anno hai quindi anni, i brufoli, ascolti attentamente la mamma, passi le serate in famiglia e fai i compiti. Un anno dopo hai i baffi, spacchi le vetrine, corri dietro alle ragazze e sogni un viaggio attorno al mondo. Il futuro ti attende.
Poi a un certo punto le novità sono solo brutte sorprese.




lunedì 26 ottobre 2020

Nelle grotte francesi

C'è una grotta, quella di Chauvet, dove circa 30.000 anni fa i nostri progenitori – peraltro del tutto simili a noi come siamo adesso, la fisiologia non è cambiata – hanno lasciato disegni di incredibile realismo. I leoni sono disegnati con una tale perfezione e con dettagli così precisi, che questo ha permesso di risolvere i dubbi dei paleobiologi sulle parti molli degli animali, poco conservate nei fossili: i leoni maschi avevano o no la criniera, ad esempio? Ebbene si è risolto perché il disegno della coppia di adulti, maschio e femmina, è preciso e chiarissimo, sia nel sesso dell'animale che nella capigliatura (per inciso, non l'avevano). E pensate al coraggio, alla curiosità e alla dedizione che ci voleva per stare lì vicino nascosti a ritrarre un animale comunque molto pericoloso; per poi riprodurlo sulle pareti della caverna, al buio. E lì, colpisce la fantasia del pittore: le leonesse sono dipinte dietro una grossa stalattite, che scrutano di nascosto i pacifici erbivori che stanno al di là sulla parete, ignari. Una mise en scéne di tutto rispetto, site-specific, si direbbe adesso.
Ma non è finita. In un'altra grotta, un cinghiale di argilla, perfettamente rappresentato con grande realismo, è tagliato in due da un colpo di lancia – una performance. Due chilometri in fondo a una grotta, dove passavano il letargo gli orsi delle caverne – ci sono ancora i segni degli unghioni sulle pareti – una fila di mammut. E un autoritratto degli autori: senza barba, con un cappellino, il nasino. Uguali a noi, insomma, non dei bestioni come li si rappresenta di solito (ma tutti quei grossi animali sono spariti, cacciati fino all'ultimo in realtà non per motivi di nutrimento, ma come festa dei cacciatori esibizionisti – potenza della socialità! - chiamiamola così...).
Di questa tradizione figurativa, che durava appunto da trentamila anni, il Novecento verrà ricordato come l'età in cui è scomparsa (come dice Jean Claire).
Non dico che vada recuperata nella forma. Ma almeno nello spirito.
[ah, in un'altra grotta hanno trovato anche un flauto d'osso, con cui si possono suonare le sette note – e quindi anche le nostre canzoni. E in giro ci sono ancora testi che dicono che va superata la musica tonale, che è stata “imposta”. Ma per favore...]
[E nel giorno più buio dell'anno, una lama di luce del sole nascente entra nella stanza più nascosta di un dolmena fecondare la vita che rinasce]

martedì 23 giugno 2020

Giapponesate


In una tradizione che risale all'antico shintoismo gli oggetti dei santuari, di solito una pietra o uno specchio, venivano investiti di una mistica segretezza. A Izumo, il più antico santuario shintoista del Giappone, l'oggetto è rimasto nascosto così tanto tempo che la sua identità è stata dimenticata: viene indicato semplicemente come ”l'Oggetto”. Presso il grande santuario di Ise, si sa che l'oggetto è uno specchio, ma nessuno vi ha mai posato gli occhi da almeno mille anni. Quando gli chiedevano di Ise, lo studioso di arte giapponese Chamberlain rispondeva: «Non c'è niente da vedere, e non te lo lascerebbero nemmeno vedere».

Quella sera ci fermammo al Kongō Sanmai-in, uno dei sotto-templi che offrono albergo a pellegrini e viaggiatori. Arrivammo ai nostri alloggi verso le quattro e mezza del pomeriggio. Uno dei monaci ci chiese se volevamo vedere il Buddha nella sala principale, ma eravamo tutti esausti. Cenammo presto, e me ne andai in camera mia a leggere e riposare un po'. La sera, mentre andavo in bagno, incrociai un monaco nel corridoio. «Buona sera», mi disse cordialmente. «Che fortuna per voi essere arrivati proprio oggi. Così avete avuto l'occasione di vedere il nostro grande Buddha dal potere divino».
«Veramente contavamo di vederlo domani» risposi io, ma il monaco scosse la testa. «Temo che non sarà possibile. Il Buddha di Sanma-in è un hibutsu. La altre statue di Koya ogni tanto vengono esposte, o anche date in prestito ad altri templi e musei. Ma questa non si è mai allontanata dalla montagna. Questa è la prima volta che è mai stata mostrata al pubblico. Si chiama 'hibutsu di cinquecento anni'. Le porte si sono chiuse alle cinque di oggi, e dovrete aspettare altri cinque secoli se volete vederla».

Nel 1467 a Kyōto scoppiò un conflitto tra clan rivali di samurai, che prese il nome di guerra di Ōnin. Nei tredici anni di caos che seguirono, la capitale fu interamente distrutta, e il risultato fu che a Kyoto sopravvive solo un numero ridottissimo di edifici anteriori a quella guerra. Una volta, nella casa del tè Kaika di Kyōto, conobbi un'anziana signora, e finimmo per parlare di antiquariato. «La mia famiglia possedeva una magnifica collezione di pezzi antichi» sospirò, «ma andarono tutti distrutti nell'ultima guerra». «Ma pensavo che Kyōto fosse stata risparmiata dai bombardamenti», cominciai a dire. Prima che potessi rivelare ulteriormente la mia ignoranza, il maestro di Kaika si accostò al mio orecchio e bisbigliò: «Per 'ultima guerra', intende la guerra di Ōnin».

(da La bellezza del Giappone segreto di Alex Kerr)

La creazione dei tumuli sutra (aforismi religiosi nb) era motivata dall'idea, che si diffuse nel periodo Heian di mezzo, che la Regola Buddhista sarebbe decaduta 2000 anni dopo la morte di Buddha. Una serie di disastri naturali e di torbidi sociali avvenne circa nel 1052 d.c., l'anno in cui si pensava che questo declino sarebbe iniziato, portando la gente a fare dei collegamenti. Si riteneva anche che la divinità Buddhista Maitreya sarebbe riapparsa in questo mondo dopo 5.670.000.000 anni (cinque miliardi di anni nb) e che il Buddhismo avrebbe ripreso a prosperare ancora. I tumuli sutra sono sostanzialmente capsule del tempo finalizzate a conservare i rotoli sutra fino all'arrivo di quell'era.

(da una didascalia del Museo nazionale di Tokyo)



sabato 20 giugno 2020

Come cavalli

"Ci hanno fatto cristiani per legge" spiegò Vloc "ma quando uno di noi muore mettiamo nella fossa un biglietto che dice che rifiuta di risorgere. Se proprio non si può evitare, chiediamo di risorgere come cavalli".


















Norman Lewis, Un viaggio in sambuco - raccolto in Uzbekistan, 1955]

lunedì 27 gennaio 2020

Menzogna romantica e verità romanzesca


di René Girard

In grande sintesi, quello che dice è: si agisce avendo sempre a mente un modello ideale, qualcuno che imitiamo. E quindi in fondo non si inventa mai nulla, sono reinterpretazioni di archetipi vitali e nulla è veramente nuovo, anche quando ci sorprende, come ci sorprende l'amore, sempre diverso e sempre uguale. Da qui il titolo (davvero suggestivo): la verità è nel romanzesco (nell'archetipo raccontato), i miti romantici di libertà e originalità sono menzogneri.
Pensiero di fatto reazionario, ma di profonda complessità. E quindi i movimenti del '68 non facevano altro che riprendere comportamenti e gesta dei rivoluzionari del Terzo Mondo (giusto!), che avevano in mente le rivoluzioni dopo la prima guerra mondiale (certo), che pensavano alle rivoluzioni tradite del '48 (assolutamente), che avevano in mente la Rivoluzione francese (sì), e quelli la rivoluzione americana, e loro quella inglese, e gli inglesi la Riforma protestante e gli anabattisti, e loro i catari, e i catari i primi cristiani e forse Spartaco... E Spartaco, chi imitava? Da qualche parte della storia, nella notte dei tempi, qualcuno deve avere fatto qualcosa per la prima volta. Qualcuno a un certo punto si è alzato e ha parlato. E non ha imitato nessuno.





















[notevoli anche il Capro espiatorio e la Violenza e il sacro, letto solo in parte, confesso. E Delle cose nascoste fin dall'inizio del mondo, titolo bellissimo - ma non sono riuscito a leggere quasi niente, ahimè]

mercoledì 22 gennaio 2020

Morte dell'oracolo


[Un po' come la Pizia: oracolo ascoltatissimo (a Delfi arrivavano più di diecimila persone al giorno, una quantità di persone gigantesca, considerando la popolazione di allora), dalla voce sempre più confusa man mano che la religione perdeva di credibilità, tanto da avere sempre più bisogno di interpreti che traducevano le parole flebili e strozzate del dio; fino a sempre più lunghi silenzi e sempre meno meno visitatori, fino al silenzio e all'abbandono. Ma ad un certo punto l'oracolo tornò a parlare, con voce chiara, e disse: questa è la mia ultima profezia - l'oracolo non parlerà mai più. E così avvenne.]


lunedì 29 aprile 2019

Solita zebra


Mio cognato è keniota, di un villaggio interno. Gli chiedo se non si trovi a disagio qui in città, se non gli manchino i grandiosi spazi africani.
Mah, stavamo dentro il villaggio tutto il giorno, un po' ci si annoia. Non si poteva uscire. Fuori ci sono le bestie, è pericoloso. E da mangiare? Sempre la solita zebra.


mercoledì 5 dicembre 2018

Göbekli Tepe


Klaus Schmidt - Costruirono i primi templi.

Incredibile scoperta archeologica che ha cambiato tutto quello che abbiamo imparato a scuola sull'origine della civiltà. Si diceva che l'uomo all'inizio era cacciatore e raccoglitore, organizzato in piccoli gruppi nomadi; poi, con l'inizio dell'agricoltura e dell'allevamento, si sarebbe sedentarizzato in piccoli villaggi, via via più grandi, da cui sarebbero nate le grandi coltivazioni, le istituzioni, la religione, le città: l'organizzazione sociale insomma così come la conosciamo adesso. Solo pochissimi urbanisti tipo il Mumford osavano proporre una sequenza diversa, dove per prima veniva la religione e le città, e solo dopo l'agricoltura- senza prove però, solo per intuizione – e per questo sbeffeggiato dagli archeologi, quelli veri.
Be', Göbekli Tepe dimostra che Mumford aveva ragione. Innanzitutto è un sito antichissimo, diecimila anni prima di Cristo (le piramidi sono di oltre 5.000 anni dopo, per dire, e Stonehenge di quasi 8.000). Poi, è stato realizzato da cacciatori-raccoglitori (non c'è traccia di avanzi di cibo proveniente da animali o piante addomesticate). Terzo, le pietre scolpite pesano più di 15 tonnellate, sono posate ordinatamente in cerchio e finemente scolpite; oltre al tempio portato in luce (10-20 megaliti), ce ne sono probabilmente altri dieci o venti ancora sepolti: questo presuppone uno sforzo titanico di una società già organizzata e numerosa, ma di cacciatori. Quarto, la città era solo religiosa, niente abitazioni in pietra, niente commercio o industria, per quanto si può capire.
E adesso arrivano le parti ancora più interessanti. Göbekli è situata sulle montagne a confine fra Turchia e Siria (dove adesso c'è la guerra), a nord della mezzaluna fertile dove è iniziata l'agricoltura. Nelle prossimità c'è il Karaca Dağ, la montagna dove è presente il grano selvatico che si suppone abbia generato la cultura dei cereali. Nella mitologia sumera, l'agricoltura era stata inventata dagli “dei delle montagne del nord”. Tutto torna.
Sempre più interessante: l'iconografia delle sculture è abbastanza spaventosa, sono animali feroci e dentuti. Il sito poi fu abbandonato e coperto volontariamente di terra duemila anni dopo, gli uomini si erano ribellati e avevano voluto dimenticare quegli dei. Gli dei che gli avevano regalato l'agricoltura, questo frutto avvelenato.


giovedì 10 novembre 2016

Malinconia del neandertaliano

Gli uomini di Neandertal erano abbastanza simili a noi, si sa. Un po' più grossi, con il cervello più grande (ma minor rapporto cervello/peso corporeo), usavano rozzi strumenti e avevano il culto dei morti, segno di capacità di ragionamento astratto. Sembra però che parlassero male, per motivi fisiologici insuperabili (diversa posizione della glottide o cose del genere), e questo li metteva in grandi difficoltà nella trasmissione del sapere. In altre parole, avevano potenzialità simili alle nostre, solo gli mancava giusto quel quid fisiologico per fare il salto di qualità e svilupparle appieno. Per il resto erano come noi. Vivevano poi in condizioni ambientali molto difficili, l'Europa della glaciazione, sempre al limite della sopravvivenza, mezzi morti di freddo e di fame, come sembra di capire dai resti dei loro insediamenti. Così, quando si presentarono gli homo sapiens, così simili ma più brillanti, per i poveri neandertaliani ci fu poco da fare. C'è chi dice che furono massacrati; altri pensano che convivessero fianco a fianco per migliaia di anni, l'uno di successo e sempre più in espansione, l'altro - come un parente povero - sempre più in declino, fino all'estinzione.
E me li immagino, gli ultimi neandertaliani, nel loro ricovero, freddo, poco da mangiare, i bimbi (pochi) che frignano; che guarda fuori malinconico la neve che cade.

giovedì 3 novembre 2016

Kosmos und Taxis

Quando studiavo all'università, sui libri di storia delle città veniva sempre riportata la pianta dell'antica città greca di Mileto, patria dell'urbanistica (il famoso Ippodamo da Mileto): tante fitte curve di livello, bizzarre e sinuose, ad indicare una natura aspra, scoscesa, difficile; e su questa l'imposizione di una maglia geometrica chiara, perfettamente ortogonale.
Il significato era chiaro: tu natura puoi fare quello che vuoi, io uomo ti imporrò la mia regola razionale. La taxis di un esercito geometricamente ben disposto che si impone sul kosmos dell'ordine naturale.
E su quell'esempio, quanti progetti di quartieri residenziali perfettamente ortogonali, che si andavano ad imporre sulle forme bizzarre e imperfette della città storica.
Sono andato a vedere Mileto (be', i suoi resti). Innanzitutto, è quasi piatta, il dislivello fra la cima (l'acropoli) e il porto sarà al massimo di qualche metro, uno o due a dir tanto, centimetri, altro che drammatiche curve di livello.
E poi non è affatto ortogonale, quando la leggera collina dell'acropoli incontra il vago avvallamento del porto, ecco è come se le strade sentissero quella influenza, e leggermente si incurvano (quella veramente erta è la dirimpettaia Priene: che infatti è una città assurda, tutta gobbe, invivibile, cari i miei progettisti di nuovi quartieri residenziali!).
(un caso particolare di taxis che si trasforma in kosmos sono le geometrie imperfette: come quelle dei gioielli etnici o dei muri di pietra, o dei selciati sconnessi, dove la volontà geometrica si vede, ma non del tutto riuscita: e saranno allora le imperfezioni della materia, i disallineamenti, le imprecisioni, a recuperare la bellezza del kosmos. Se fossero fatti a macchina, che tristezza!)

martedì 9 novembre 2010

Cose vecchie e nuove.

Vediamo di solito le vecchie cose segnate dalla patina del tempo: i quadri ingialliti, gli edifici ridotti a qualche mozzicone, gli abiti sfilacciati e ingrommati, i colori sbiaditi.
Che sorpresa allora in Egitto vedere le pitture di migliaia di anni fa perfettamente conservate dal clima. Che colori vivaci! E come si riconosce bene la scenetta famigliare, la tavola apparecchiata, quel cibo così simile al nostro! E anche quei sandali, come sono simili a quelli che stiamo portando proprio in questo momento. E la disposizione delle stanze, e la scenetta umoristica, con il bimbo che si nasconde sotto il tavolo, non è appunto stranamente familiare?
E’ che in fondo non c'è stata molta evoluzione della natura umana di base, nelle ultime migliaia di anni. Certo, tecnologia, conoscenze e istituzioni sono completamente cambiate. Ma case, cibo, vestiti non sono poi così diversi (e anche emozioni, sentimenti e timori). Molti sentieri di montagna sono ancora i percorsi dei cacciatori dell’età della pietra, e la maniera più semplice, più sicura e meno faticosa per andare a piedi da un luogo all’altro è semplicemente seguirli (sono stati collaudati per migliaia di anni). E nelle grotte in Liguria sono stati ritrovati i resti dei pasti del paleolitico: olive, formaggio, una minestrina mista di miglio e legumi (tipo la mes’ciua): qualcosa che mangeremmo anche oggi, insomma.
  E televisione, ipod e intrattenimenti vari non costituiscono in fondo un omologo di romanzi, concerti e paesaggi? Qualcosa per lasciarsi andare, passare il tempo, immaginare? E viceversa, quando la connessione è lenta, o il telefonino non prende, che vera differenza c’è con una cabina con telefono a gettoni, o con una lettera che non arriva? Quello che conta è chi c’è di là con cui vorremmo parlare.
Quando ero bambino ricordo che si diceva che nel Duemila avremmo mangiato come gli astronauti, una pillola al posto della bistecca. Il Duemila è arrivato e passato, e invece continuiamo a mangiare più o meno come migliaia di anni fa. (e anche altre cose: amare, odiare, immaginare)

mercoledì 22 settembre 2010

Mari del Sud

Nelle isole dei mari del Sud, quando nell’800 arrivava qualche nave europea, le ragazze si buttavano a nuoto, salivano su per le cime le fiancate delle navi, si infilavano mezze nude nelle cabine dei marinai e se ne stavano lì dentro qualche giorno a fare sesso a tutto spiano, giusto per la passione che gli ispiravano quei bei giovanotti mai visti prima. Da qui il mito dei mari del Sud.
Quelle popolazioni poi sono rapidamente sparite per le malattie (sifilide più che altro) prese da quei simpatici marinai bianchi.

giovedì 12 agosto 2010

Cacciatori di giraffe

Uno delle convinzioni dell’antropologia è che nella lontana antichità fra le tribù di cacciatori-raccoglitori tutti (cacciatori-maschi e raccoglitrici-femmine) contribuissero in modo equo al sostentamento della famiglia; in particolare le femmine portando i vegetali e i maschi portando la carne.
Esaminando meglio il comportamento dei popoli tuttora cacciatori-raccoglitori è emersa* però un’importate differenza fra due diversi tipi di cacciatori: quello “procacciatore”, che tutti i giorni porta a casa una quantità stabile di piccole prede – topi, quaglie – prese in luoghi noti vicino a casa; e il cacciatore “esibizionista”, che si dedica alla caccia grossa lontano da casa, con esiti imprevedibili, e che ogni tanto (ogni dieci-trenta-quaranta giorni) prende una grossa preda (una giraffa, per dire). Bene, il suo apporto in termini calorici alla famiglia è di gran lunga inferiore a quello delle più modeste attività del procacciatore e delle raccoglitrici. Ma come mai? si dirà. Una giraffa ogni quaranta giorni varrà ben di più, come massa di carne, di un topo tutti i giorni.
E’ perché il cacciatore esibizionista non poteva portare tutta la preda a casa, non sarebbe durata: la divide quindi con gli amici, invita sconosciuti incontrati lì per caso a una grande festa; ma soprattutto offre succulente porzioni di cosciotto di giraffa alle mogli dei procacciatori in cambio di prestazioni sessuali. Diciamo meglio, le seduce con il suo coraggio e la sua avventurosità, tanto per rendere la cosa meno mercantile. E pare che questo sia il motivo dell'estinzione di molti animali di grossa taglia, troppe feste...
In questo quadro, la posizione migliore per una donna è essere moglie di un procacciatore e avere per amante qualche cacciatore esibizionista. Cibo sicuro tutti i giorni, prole ben nutrita, il proprio gene mischiato in più modi, qualche cosciotto in più quando capita, più possibilità di sopravvivenza.
Il procacciatore invece è un mezzo perdente: si dà un sacco da fare per nutrire i figli, che magari non sono neanche i suoi (in media si calcola solo uno su tre). Ma insomma se la cava.
L’esibizionista vince sempre: il suo gene è il più diffuso, con buone probabilità di sopravvivenza, senza affaticarsi troppo.
(la moglie dell’esibizionista invece è la vera perdente, aspetta giorni e giorni il cibo che non arriva mai, e quando il marito torna scompare con le altre; ma di fatto è irrilevante: potrebbe anche non esserci).
E siccome la nostra fisiologia è incardinata su quella dei cacciatori-raccoglitori, essendosi formata e consolidata nel lungo periodo - centinaia di migliaia di anni - in cui eravamo così, ecco spiegate molte cose
(io catturo una giraffa ogni dieci anni, però).
(*ps: notizie tratte dal libro di J Diamond “Perché il sesso è divertente”: titolo quanto mai inadatto, però. Dal contenuto del libro, sarebbe stato meglio “Perché il sesso crea dolori, liti e problemi”, o simili. Comunque non si capisce per quale motivo fisiologico sia divertente, se non per fare coppie abbastanza stabili da nutrire i figli)

sabato 7 agosto 2010

Aquile morte.

Può darsi che Tristi tropici da un punto di vista degli studi etnografici contenga delle valutazioni superate (così si dice).
Ma la pena e la commozione di Lévi-Strauss quando viene a sapere da un resoconto di un collega che la popolazione india da lui conosciuta anni prima in Brasile, nuda, allegra, piena di bimbi, contenta di fare l’amore, con i suoi giochi e i suoi miti, è ora ridotta a pochi individui, ammalati, incattiviti, diffidenti e rancorosi, e oramai prossimi ad estinguersi: questo è un dolore nero che non avrà mai fine.
(indios i cui antenati, incontrati da Montaigne a Rouen, gli ispirarono riflessioni sullo stato di natura e sul contratto sociale tali da portare alla fine addirittura – dice l’autore –  alla rivoluzione francese. Che differenza con il gruppo di cattolici e protestanti che nel Cinquecento si asserragliarono in un’isoletta nella baia di Rio per darsi alle dispute teologiche – mandarono addirittura una richiesta di parere a Calvino! – finendo poi tutti per ammalarsi e morire, senza degnare di uno sguardo quella natura e quella gente lì sotto i loro occhi)
(indios però i cui discendenti si apprestavano ad abbandonare la vita fragile ed eroica nella foresta per un posto più modesto ma sicuro in qualche sperduto insediamento bianco: e avevano abbandonato senza pensarci su due volte l’aquila sacra che tenevano in gabbia - rito secolare della loro tribù. L’aquila è morta, avevano commentato qualche giorno dopo, incamminandosi verso la stazione fluviale dove sarebbero finiti a fare i custodi di qualche impianto.)

martedì 27 luglio 2010

Il boccone avvelenato.

Da una parte, sono decine di migliaia di anni che ci occupiamo e ci emozioniamo delle stesse cose: l’amore, la nascita di un bambino, la morte di persone care. Stesse cose, eppure ogni volta è diverso.
Dall’altra però si allarga il cerchio delle cose che si sanno. E si sanno perché vengono raccontate: come il topino che ha assaggiato per primo un nuovo cibo - sarà veleno o roba buona da mangiare? - chi è sopravvissuto ritorna e lo racconta agli altri, per aiutarli ad affrontare anche loro quella cosa nuova (a questo serve il racconto: svelarsi a sé stessi, per tornare alla realtà più pronti. Come in Dante, dove come insegnano al liceo il disiato riso serve a scoprire la ben più fisica bocca, da baciare tutto tremante, e da quel dì ci credo che più non ne leggemmo innante, meglio le bocche dei libri, per quanto galeotti, grazie).
E dunque qual è il confine da esplorare? Quello delle cose che non si conoscono, e di quelle che fanno paura. E quindi anche se facciamo le stesse cose da decine di migliaia di anni, non basta la solita strada. Bisogna rischiare di inghiottire il boccone avvelenato, lì sul limite della zona illuminata.

sabato 24 luglio 2010

Origine del problema

Secondo una studiosa inglese, il problema vero è stato l’invenzione dell’agricoltura. Non è vero che così ci si nutriva meglio, gli studi sugli scheletri antichi dimostrerebbero il contrario. Solo, così sopravvivevano più persone, si lavorava di più, anche, e le comunità diventavano più numerose e organizzate, montagne di individui asserviti a pochi capi, pronti a diventare masse di soldati obbedienti, dediti ad occupare i territori dei popoli rimasti cacciatori e raccoglitori; condizione quest'ultima molto più consona alla nostra natura. Siamo nati per essere pochi in una vasta natura; i cacciatori lavoravano 15-18 ore alla settimana al massimo. Il resto è del diavolo 
(ovvero, tutto).

(ma come tornare indietro?)

giovedì 22 luglio 2010

Tempio greco.

Le rovine antiche non mi avevano mai detto granché. Solo sassi, mi sembravano, rimessi su in qualche modo, niente romanticismo.
Finché una volta ho visitato in Turchia un tempio stranamente ben conservato. Il fronte del tempio era alto, imponente, inaccessibile. Le enormi colonne poggiavano su un basamento rialzato, dove i pellegrini aspettavano un responso da dietro le grandi porte, che non si aprivano mai.
Per entrare nel tempio bisognava passare per un corridoietto laterale, stretto, lungo e buio, squadrato nella pietra e interminabile; finché, una luce e si poteva sbucare nel recinto luminoso del tempio, nel suo cuore segreto: dove c’era un altro tempio, più piccolo, ma ugualmente inaccessibile.
Il segreto del mistero era: un altro mistero.
(ma anche a Pompei non è male)

domenica 18 luglio 2010

Labirinto.

Il labirinto antico era una danza, un percorso rituale dove – a differenza di quelli moderni - non si poteva scegliere direzione e non ci si perdeva.
All’inizio si andava dritti molto vicini al centro; ma poi ci si allontanava, in lunghi giri distanti e poi sempre più vicini; e alla fine si arrivava al centro, al cuore del problema, solo dopo lunghi tentennamenti e circonvoluzioni.
Il significato era: fra l’intuizione immediata (molto vicina alla verità) e la verità posseduta (molto vicina alla prima impressione) c’è un lungo, lontano e faticoso percorso.

domenica 27 settembre 2009

La foto aerea e i paesaggi antichi.

di Pierluigi Tozzi (ed. Compagnia generale riprese aeree spa)

Ci sono delle persone che in certi periodi dell'anno, fra la fine dell'inverno e il principio di primavera (quando iniziano a spuntare i primi steli) e in certe condizioni meteorologiche (dopo una breve pioggia) e in certi orari del giorno (appena spuntato il sole, con la luce radente), prendono un aeroplanino e vanno a fotografare i campi dall'alto.
Dove sotto l'erba in passato c'è stato un muro, o un fossato, il colore è diverso: e così nella foto compaiono, sotto la trama regolare dei campi, come i fantasmi di antichi villaggi, percorsi di fiumi scomparsi, tracce di cinte di fortezze neolitiche. E anche nelle mappe catastali, nella pianura tutta omogenea, compare improvvisamente una curva: a un certo punto la linea di divisione fra le proprietà diverge, gira attorno a qualcosa che non si vede più: è l'andamento dell'antico fossato delle mura neolitiche, scomparso migliaia di anni fa.

Eraclea: impronta fossile di un antico complesso unitario, impostato su canale ansato. Foto CGR (n.b. se non ne fosse consentita la pubblicazione, verrà immediatamente rimossa)