Tre ragazzi (due ragazzi e una ragazza, di buona famiglia a giudicare dai vestiti) stanno riempiendo le loro borracce a uno di quei rivoletti. Certo, l'acqua è limpida, ma viene giù da un prato pieno di merda e piscio di vacca, forse non è il caso. Saranno inesperti, mi dico, e quindi glielo faccio notare: dietro la stalla c'è una fonte, meglio andare lì. Mi guardano un po' sospettosi, sono napoletani. Si allontanano un po', e poi quando pensano che non li guardi, ricominciano a riempire le borracce da un altro di quei rivoletti.
domenica 26 luglio 2026
Napoletani in montagna
Tre ragazzi (due ragazzi e una ragazza, di buona famiglia a giudicare dai vestiti) stanno riempiendo le loro borracce a uno di quei rivoletti. Certo, l'acqua è limpida, ma viene giù da un prato pieno di merda e piscio di vacca, forse non è il caso. Saranno inesperti, mi dico, e quindi glielo faccio notare: dietro la stalla c'è una fonte, meglio andare lì. Mi guardano un po' sospettosi, sono napoletani. Si allontanano un po', e poi quando pensano che non li guardi, ricominciano a riempire le borracce da un altro di quei rivoletti.
sabato 6 giugno 2026
I romani e l'Alto Adige
Anni fa ero nella sala di aspetto di un
pronto soccorso di un ospedale in Alto Adige (anzi Sudtirolo che è
più preciso). Di fianco a noi una famiglia di romani in vacanza
(genitori, bimbi, ragazzi, nonni), che aspettavano il responso su un
loro parente. Passano le ore, e intanto mangiano: biscotti,
caramelle, snack, bibite. E commentano: ma com'è pulito qui. Da noi
non sarebbe così. Questo sì che è un ospedale come si deve, guarda
che meraviglia! Mica come da noi, dove sarebbe tutto sporco e in
disordine. Qui sì...
E aspettano e sgranocchiano. Finalmente
arriva il dottore con il responso, tutto a posto, sta bene ma per
prudenza stanotte lo ricoveriamo, potete andare. Ah grazie dottore,
che sollievo! Tutti felici si alzano, prendono tutte le cartacce e i
bicchieri di plastica vuoti, li buttano per terra (lì di fianco c'è
un grosso cestino vuoto che viene ignorato) e se ne vanno.
(per anni mi sono chiesto perché lo
avessero fatto. Forse per invidia? Forse volevano che quel
bell'ospedale diventasse sporco come i loro? Ma non sembravano
malevoli.
Tempo dopo forse ho capito. Semplicemente,
pensavano che dal muro sarebbe spuntato qualche gnomo a pulire tutto.
La pulizia per loro voleva dire che c'era un'inserviente che puliva,
non che fossero loro a non sporcare.)
(per anni mi sono chiesto perché lo avessero fatto. Forse per invidia? Forse volevano che quel bell'ospedale diventasse sporco come i loro? Ma non sembravano malevoli.
Tempo dopo forse ho capito. Semplicemente, pensavano che dal muro sarebbe spuntato qualche gnomo a pulire tutto. La pulizia per loro voleva dire che c'era un'inserviente che puliva, non che fossero loro a non sporcare.)
giovedì 11 settembre 2025
Montagne della memoria
un pianoro bagnato di neve che si scioglie circondato da pareti nere e altissime, una casermetta militare abbandonata sullo sfondo
una malga nella conca in cima alla vallata sotto il passo, risa di bimbetti che giocano e scappano appena mi vedono (sono timidi) ma poi mi accorgo che mi scrutano da una fessura delle assi di legno di un fienile (sono curiosi)
un sentiero poco battuto e in fondo un alpe abbandonata, i prati fra le case davanti alla valle aperta
un rifugio nascosto dietro un angolo di roccia davanti a un grande prato circondato da pareti
e tanti altri così. E mi sono sempre detto: dovrò tornare qui.
Ma la domanda è: dove? Ne ho viste tante, di montagne, e non mi ricordo più la valle, né cosa c'era prima, né dopo.
[restano le immagini nella mente]
venerdì 4 ottobre 2024
Bregaglia
Di famiglia italiana ma protestante, durante le guerre di religione i suoi si erano rifugiati in montagna per sfuggire alle persecuzioni, pur rimanendo in contatto con il mondo culturale del Nord Italia, Milano, Venezia, Verona... È il famoso paradosso alpino, per cui in passato spesso più si andava in alto più le persone erano colte – in pianura si rischiava troppo.
Comunque a un certo punto Giovanni Florio, la cui madre di cognome faceva Crollalanza, andò a Londra. Dove tradusse Montaigne in inglese. Dove scrisse poesie colte. Dove pubblicò un libro di modi di dire nuovi, molti tradotti direttamente dall'italiano; modi di dire che si ritrovano in molte opere di Shakespeare (fortemente influenzato, a detta dei critici, da Montaigne). Shakespeare che sembra conoscere bene Venezia e Verona, dove ambienta le sue opere in un modo ricco di dettagli. Che riprende la storia di Romeo e Giulietta da Matteo Bandello di Milano. E che riprende il cognome Montecchi da quello di Montecchio, dove si era rifugiato il nobile che per primo scrisse quella storia – ma quell'inglese come faceva a sapere tutti questi particolari? Quell'inglese il cui unico scritto autografo che abbiamo è pieno di errori di ortografia? Che nel suo testamento lasciò una biblioteca composta da solo due o tre libri? Il cui cognome tradotto in italiano somiglia così tanto, ma così tanto, a Crollalanza, la mamma? Non è che era uno pseudonimo, un nom-de-plume a cui era costretto visto che gli italiani allora in Inghilterra non erano visti tanto bene? Insomma, non è che le opere di Shakespeare le ha scritte in realtà Giovanni Florio da Soglio in Val Bregaglia?
Molti lo pensano (il primo studio che sostiene questa tesi è degli anni Trenta) eppure se vai lì a Soglio a fare una passeggiata non c'è neanche una targa che lo ricordi.
lunedì 19 agosto 2024
Val d'Ultimo
Tutto molto carino. Un giorno il padrone di casa, persona peraltro molto cordiale e gentile, inizia a parlarci del lago lì vicino. Sono venuti, racconta, hanno fatto la diga; e il paese che c'era lì è andato sommerso sott'acqua. Tutto: la chiesa, la casa dei miei nonni, il cimitero dove erano sepolti i miei...
La voce gli si incrina, ha quasi le lacrime agli occhi. Sono passati cinquant'anni e oltre, e ancora non lo accetta.
Certo, le dighe sono molto utili. Elettricità per lo sviluppo della fabbriche in pianura, e miliardi per gli investitori. A loro valligiani, giusto qualche indennizzo e se andava bene una casetta nuova fatta dal geometra un po' più in su. Se andava male (caso più frequente), l'emigrazione in pianura.
Poi dopo il Vajont e soprattutto dopo che hanno iniziato a mettere le bombe ai tralicci, dighe così non se ne sono fatte più.
(altre notizie sul tema in Sotto l'acqua di Fabio Balocco)
giovedì 6 luglio 2023
Tentativi sfortunati (2)
Nessun 8.000 era mai stato raggiunto prima, quindi partendo subito sarebbero stati i primi a conquistare una vetta così alta, una gloria immensa, imperitura.
Ma il capospedizione decise di aspettare, perché voleva che tutti i componenti del gruppo avessero uguali possibilità di salire. Li fece quindi riposare un giorno. Ma il giorno dopo arrivarono i monsoni, giorni e giorni di tempeste spaventose, riuscirono a malapena a rientrare (non tutti), l'occasione era sfumata.
E quindi il primo 8.000 raggiunto fu l'Annapurna, dai francesi, nel '50 (e per il Nanga Parbat bisognerà aspettare Hermann Buhl nel '53, quasi venti anni dopo). E di Peter Ashenbrenner e Erwin Schneider non si ricorda più nessuno (o quasi).
lunedì 9 maggio 2022
Mezze montagne.
Per molti anni sono stati luoghi privilegiati di
villeggiatura. Vicini alla città, belle passeggiate nei boschi, si dorme al fresco.
Adesso si va solo in alto, a sciare o
arrampicare; e nelle pensioni di mezza montagna non c'è più
nessuno. Neanche nei giardinetti con il monumento dei caduti, o alla
passeggiata fino alla cascata, o nel ristorante tipico. La macchine
sgommano e passano, hanno fretta di arrivare altrove.
Come i porticcioli di barca lungo i
fiumi: un tempo attempati playboy invitavano le ragazze a fare un
giro sul Po o sul Ticino con il loro motoscafo, poi un aperitivo
sulla terrazza del bar che dava sulla spiaggetta, poi chissà. Adesso
come minimo devi andare alle Tremiti o a Sharm-el-Sheik se vuoi fare
colpo - e chissà se basta.
Il mondo è diventato più grande - ma
anche più piccolo (direbbe un frequentatore delle mezze montagne).
mercoledì 1 dicembre 2021
Quasi un Ottomila.
Sono Michl Dacher e Reinhold Messner che scendono dalla cima del K2 nel luglio 1979, ripresi dal loro compagno Gogna che stava salendo al campo III. Gogna e gli altri tenteranno la cima nei giorni successivi, arrivando al campo IV a quasi ottomila metri, fermati però dal maltempo. Con loro non c'era Renato Casarotto, fermato da Messner che aveva detto: tu non sei da ottomila, si vede, rallenteresti gli altri. Erano partiti con l'idea di aprire una nuova via di ascesa, la cosiddetta Magic Line, ma viste le difficoltà avevano ripiegato su una via più tradizionale. Gogna poi non tentò più altri ottomila, Messner invece come è noto proseguì diventando il primo alpinista a salirli tutti. Casarotto riuscì invece a scalare il Gasherbrum, ma morì qualche anno dopo proprio sul K2, cadendo in un crepaccio mentre rientrava da ottomila metri senza essere riuscito a completare la sua nuova via.
Il resoconto di Gogna su quella spedizione (sono quattro puntate, vale la pena di leggerle tutte) è molto bello, completo, si sofferma anche sull'intorno che spesso viene tralasciato (l'avvicinamento, le seccature, il cibo, i pagamenti ai portatori, le tensioni e le paure, i sogni notturni, i tempi morti, il malessere, le diarree, le riviste porno nello zaino...) molto anni '70 (anche troppo: le citazioni letterarie ad esempio sono forse un po' sovrabbondanti).
Ma bello (ahimè).
giovedì 21 ottobre 2021
Anche loro.
A un certo punto al liceo erano spuntati fuori questi due, qualche anno meno di me, pieni come tutti di idee nuove e trasgressive - ma stranamente diverse dalle nostre, che eravamo di sinistra. Uno, il più basso, voleva fare il pittore dada, l'altro – il più bello – la rockstar. Leggono Nietzsche, iniziano a farsi di droghe pesanti. Poi li perdo di vista.
Adesso scopro che uno ha proseguito leggendo Evola e riscoprendo l'alpinismo eroico anni '30 di Eugenio Lammer, del tutto in controtendenza peraltro con l'alpinismo un po' fricchettone, schietto ma vincente di quegli anni, il nuovo mattino, Messner, il bravo alpinista è quello che torna a casa, sguardo a terra, pochi mezzi, piedi ben poggiati, ma risultati straordinari, incredibili: lui niente, pubblica libri in cui esalta lo spirito che sfida la morte (libri adesso citati con orgoglio dai neonazisti); per finire poi in Himalaya, travolto dalla caduta di un seracco sotto cui avevano piantato la tenda (uhm.).
L'altro invece ha proseguiti con l'eroina, ha convinto tanti amici a farsi (che poi sono morti), è finito poi a San Patrignano, e sulla base di quella esperienza ha scritto un libro e ha collaborato a uno sceneggiato televisivo di grande successo.
Insomma, per quanto diversi, e distanti, e direi forse anche repellenti, in qualche modo anche loro hanno messo in gioco la loro vita e per questo vengono ammirati dalle ragazze. Anche loro fanno parte degli anni '70.
lunedì 10 maggio 2021
Monte Zeda
Le chiedono: ma non le manca qualcosa? Non vorrebbe vedere il mondo? No, perché mai? Ma mi piacerebbe tornare ancora una volta in cima al Monte Zeda.
Così, una volta sono andato in cima a questo Monte Zeda. Lunga strada militare esposta a sole, e poi un sentiero sassoso fino alla cima.
Be', bella vista. Ma niente di speciale.
venerdì 17 gennaio 2020
Alpinista di nuova generazione
mercoledì 6 novembre 2019
Alpinisti veri
venerdì 25 luglio 2014
R.
venerdì 17 dicembre 2010
Rinunciare.
Secondo grande pregio: capire quando è il caso di mollare, invece. Non per scoramento, ma proprio per calcolo razionale (cose che a volte non sono così facili da distinguere, è lì l’inghippo).
Un caso famoso è quello raccontato da Krakauer in Aria sottile: quell’alpinista svedese che partito in bici (in bici) dalla Svezia, si era fatta pedalando tutta l’Asia minore, e poi la Persia, e poi l’India fino a Kathmandu, e poi a piedi fino all’Everest, e poi era salito da solo, ed era arrivato fino a cento metri dalla vetta: dove aveva ritenuto opportuno rinunciare.
La cordata che era salita dopo di lui invece aveva insistito, ce l’aveva fatta, era arrivata in vetta: e si sa poi come è finita (dieci morti, compresi quelli più esperti).
(lo svedese poi ci ha ritentato, nei giorni successivi, e ce l’ha fatta)
mercoledì 15 dicembre 2010
Cani all’inizio dei sentieri (ovvero: il bello della montagna).
E’ una cosa che ho sempre trovato profondamente ingiusta: punisce gli intelligenti con la mente fertile, subito pronti ad immaginare che quel cane potrebbe essere aggressivo, e quindi a guardarlo con timore, e quindi a innescare la sua attenzione e vedere rapidamente avverarsi il proprio timore. Mentre i più stolidi ignorano bellamente l’animale, e ne vengono ricambiati con tutto il rispetto. Insomma: se inizi a pensarci su è la fine (come per molte altre cose). Vi sembra giusto?
E questo spesso capita proprio nelle situazioni in cui meno si vorrebbe. Ad esempio, molte volte in montagna il punto in cui ci si perde più facilmente è all’inizio di un sentiero (parlo di quelli poco frequentati e mal segnalati, certo). Poi seguirlo è facile, come è facile seguire la strada che porta fino a lì. Ma è il punto di contatto fra due realtà diverse, quella civile e artificiale, l’altra più selvatica e naturale, a essere poco riconoscibile.
E spesso quindi l’inizio di un sentiero vicino a un casolare isolato è presidiato da un cane che, come ultimo rappresentante solitario della civiltà, è giustamente sospettoso degli sconosciuti e quindi quasi sempre inutilmente aggressivo. Chi saranno questi rari visitatori? Che ci vengono a fare qui? Vigilare, abbaiare, aggredire. Così l’altrettanto solitario escursionista nevrotizzato dalla vita urbana si trova di fronte al dilemma: abbandonare? (impossibile) Avanzare? (rischioso) Cambiare strada? (incerto e faticoso e anche un po' vile). E intanto il cane abbaia sempre più furiosamente, sempre più sospettoso.
Al ritorno poi dalla montagna, dopo ore e ore passate nel bosco, quello stesso cane stranamente non fa più paura e ci lascia tranquillamente passare. Siamo diventati un po’ delle bestie anche noi.
Ed è questo il bello della montagna.
mercoledì 6 ottobre 2010
Oberflitz.
La stanza che avevamo preso era subito oltre il fiume, sul lato meno esposto al sole, a metà della valle. Non ci accorgemmo neanche che più in là c’erano delle spettacolari dolomiti, e la mattina dopo partimmo per una passeggiata nel bosco scosceso dietro casa, verso Flitz. Non avevamo neanche la cartina (era la prima volta che andavamo in montagna da quando eravamo bambini, prima ci pensavano i genitori) e nel giro di poco tempo perdemmo il sentiero. Cominciammo quindi a vagare nel bosco, non c’era nessuno in giro a cui chiedere. Ma non volevamo mollare, e quindi proseguimmo salendo, seguendo qualche traccia e qualche vecchio segnale, tutti sudati, graffiati dai rovi e dalle ortiche, furenti e di pessimo umore.
Improvvisamente sbucammo in cima. E di là, un pianoro erboso vastissimo, ordinato, qua e là mucche e cavalli, percorso da persone civili. E una vista spettacolare, le Odle meravigliose, il Sassolungo, l’alpe di Siusi, montagne innevate in lontananza! Al piccolo rifugio nella malga, un ottimo pasto, gustoso e a poco prezzo.
Quella gita mi ha cambiato la vita (è un po’ esagerato, ma è così). Ho imparato che non bisogna mollare. Che bisogna faticare, e che alla fine c’è il premio. Che dalle situazioni più nascoste e trascurate possono venir fuori delle belle sorprese.
A casa eravamo ospiti di due vecchini tedeschi, per nulla a disagio ad avere in casa un ragazzo e una ragazza che passavano un sacco di tempo a letto a fare l’amore, ma anzi abbastanza incuriositi (con molta discrezione, però) dalle nostre usanze culinarie. Fuori, gli alberi e i ripidi prati faticosamente falciati sotto il sole da intere famigliole, boschi che sembravano giardini. E alla vecchina, quando pensava che non la sentisse nessuno, piaceva cantare accompagnandosi con l’organetto.
Be’, da quella volta tutto è iniziato ad andare meglio.
E al concorso per il posto in Comune non mi sono neanche presentato.
lunedì 9 agosto 2010
Altezze dell’alpinismo.
Al rifugio di fondovalle (in realtà quasi un ristorante), giusto in fondo alla strada sterrata, è pieno di italiani, milanesi, romani, che sgagnano polenta e capriolo a quattro palmenti.
Al rifugio al termine della salita sul ghiaione, sul limitare del ghiacciaio, ci sono solo bergamaschi (o trentini o piemontesi) e qualche straniero.
Ma sul ghiacciaio e sulla cresta terminale, sono quasi tutti inglesi, tedeschi, francesi, americani: gente preparata, che non ha paura a fare fatica, che si gode le bellezze dell’alta quota.
(e poi ci si chiede perché il paese è in declino)
martedì 6 luglio 2010
Scherzi della memoria.
Sul Tracciolino ricordavo perfettamente il grande ponte d’acqua con il troppo pieno scrosciante: bene, ci sono tornato e non c’è. Mica l’avranno tolto? O sono io che non l’ho visto? Avevo anche delle foto, ma non le trovo più.
E per salire al Marinelli in Valmalenco, ricordo benissimo l’epico sentiero dei “sette sospiri”: una salita che non finiva più, tutta tornanti sul ghiaione, e per premiarci poi i genitori ci avevano portato noi bambini a dormire al rifugio, quasi a tremila metri, la prima volta, un’emozione!
Bene, ci sono tornato, e non c’è nessun sentiero del “sette sospiri”, solo una piccolissima salita, cinque minuti. Ma se avevo anche la cartolina! Macché.
Ma mi chiedo: se è così per cose così semplici, se ci inganniamo così tanto su cose delle quali siamo così sicuri... e le cose della guerra? E le vicende del passato? Tutte inventate? (inconsapevolmente)
(la foto poi l’ho ritrovata, il ponte d’acqua c’è. E anche i “sette sospiri”, sono su Google Earth, ci eravamo fermati troppo indietro per via della neve. Tutto a posto.)
giovedì 8 ottobre 2009
Hermann Buhl
1. conclusione perfetta di una lunga preparazione, dove gli elementi negativi della sua vita – fatica, solitudine, condizioni avverse, poco tempo a disposizione – (causa povertà) diventano fattori di successo.
2. ingenuità letteraria che comunica in modo immediato lo stupore di fronte alla dimensione delle montagne himalayane. Fino a quel punto la retorica è quella classica alpinistica – il maestoso paesaggio, le cime inviolabili, le discese ardite... - ma il Nanga Parbat è decisamente più grande di qualunque altra montagna vista, come nell' episodio della valanga (due chilometri di fronte) dagli esiti inattesi (spostamento d' aria, nuvola di neve) pur a grande distanza.
3. eccezionalità dell'impresa, dovuta sostanzialmente alla caparbietà e al fanatismo di B. (gli altri se ne erano già andati, perché quell'anno la conquista dell'Everest aveva rubato la scena): nessuno ha mai fatto una prima su un ottomila da solo, nessuno prima aveva passato la notte all'addiaccio sopra gli ottomila (secondo i medici la morte era certa).
4. impressione del secondo inesistente, che improvvisamente nei momenti difficili inizia a dare consigli, a ricordare di mettersi i guanti di riserva, che lo mette in sicura nei passaggi difficili, somma di tre immagini: angelo custode (B. non è né religioso né spiritualista o almeno di queste cose non parla mai, è molto tecnico, e proprio per questo l' immagine colpisce all'improvviso e inaspettata); mito alpinistico del compagno di cordata; mito himalayano dello yeti.
5. ritorno di B. stremato e filmato dal compagno che lo aspetta! Immagine, prima del racconto, priva di significato, e poi quanto mai commovente – pensavano fosse morto, ed ecco all'improvviso sulla montagna bianca un puntino che si muove, pian piano viene avanti, è lui, è come se fossimo noi ad accoglierlo, così come l' abbiamo conosciuto e accompagnato fino in cima.
(stranamente, il titolo del libro in italiano è stato tradotto "E' buio sul ghiacciaio" - chissà perché. La postfazione di Diemberger - grande alpinista - che racconta la fine è retorica e piagnucolosa)













