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domenica 26 luglio 2026

Napoletani in montagna

Arrivo in cima a un alpeggio dopo una lunga salita sul sentiero. Le mucche fuori dalla stalla pascolano su un prato fradicio su cui scorre un velo d'acqua, che poi zampilla giù in basso in mille rivoletti.
Tre ragazzi (due ragazzi e una ragazza, di buona famiglia a giudicare dai vestiti) stanno riempiendo le loro borracce a uno di quei rivoletti. Certo, l'acqua è limpida, ma viene giù da un prato pieno di merda e piscio di vacca, forse non è il caso. Saranno inesperti, mi dico, e quindi glielo faccio notare: dietro la stalla c'è una fonte, meglio andare lì. Mi guardano un po' sospettosi, sono napoletani. Si allontanano un po', e poi quando pensano che non li guardi, ricominciano a riempire le borracce da un altro di quei rivoletti.











[avranno pensato: ma guarda questo scocciatore, con le sue regolette. Ma non sei tu che mi dici cosa devo fare, faccio quello che voglio, io! Prego prego, faccia pure]

sabato 6 giugno 2026

I romani e l'Alto Adige

Anni fa ero nella sala di aspetto di un pronto soccorso di un ospedale in Alto Adige (anzi Sudtirolo che è più preciso). Di fianco a noi una famiglia di romani in vacanza (genitori, bimbi, ragazzi, nonni), che aspettavano il responso su un loro parente. Passano le ore, e intanto mangiano: biscotti, caramelle, snack, bibite. E commentano: ma com'è pulito qui. Da noi non sarebbe così. Questo sì che è un ospedale come si deve, guarda che meraviglia! Mica come da noi, dove sarebbe tutto sporco e in disordine. Qui sì...
E aspettano e sgranocchiano. Finalmente arriva il dottore con il responso, tutto a posto, sta bene ma per prudenza stanotte lo ricoveriamo, potete andare. Ah grazie dottore, che sollievo! Tutti felici si alzano, prendono tutte le cartacce e i bicchieri di plastica vuoti, li buttano per terra (lì di fianco c'è un grosso cestino vuoto che viene ignorato) e se ne vanno.


(per anni mi sono chiesto perché lo avessero fatto. Forse per invidia? Forse volevano che quel bell'ospedale diventasse sporco come i loro? Ma non sembravano malevoli.
Tempo dopo forse ho capito. Semplicemente, pensavano che dal muro sarebbe spuntato qualche gnomo a pulire tutto. La pulizia per loro voleva dire che c'era un'inserviente che puliva, non che fossero loro a non sporcare.)

giovedì 11 settembre 2025

Montagne della memoria

un pianoro bagnato di neve che si scioglie circondato da pareti nere e altissime, una casermetta militare abbandonata sullo sfondo

una malga nella conca in cima alla vallata sotto il passo, risa di bimbetti che giocano e scappano appena mi vedono (sono timidi) ma poi mi accorgo che mi scrutano da una fessura delle assi di legno di un fienile (sono curiosi)

un sentiero poco battuto e in fondo un alpe abbandonata, i prati fra le case davanti alla valle aperta

un rifugio nascosto dietro un angolo di roccia davanti a un grande prato circondato da pareti

e tanti altri così. E mi sono sempre detto: dovrò tornare qui.

Ma la domanda è: dove? Ne ho viste tante, di montagne, e non mi ricordo più la valle, né cosa c'era prima, né dopo.


[restano le immagini nella mente]

venerdì 4 ottobre 2024

Bregaglia

È una piccola valle svizzera al di qua dello spartiacque, fra Chiavenna e il passo del Maloja; nota soprattutto per le belle montagne, abbastanza ardite (la Nord-Est del Badile fino agli anni '30 era considerata una parete impossibile) e le belle passeggiate. Ci sono anche alcune frazioni, Soglio, Stampa. A Stampa è nato Alberto Giacometti, lo scultore (quello degli omini magrissimi). Ma a Soglio è cresciuto anche Giovanni Florio, un importante umanista vissuto per lo più in Inghilterra fra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento.
Di famiglia italiana ma protestante, durante le guerre di religione i suoi si erano rifugiati in montagna per sfuggire alle persecuzioni, pur rimanendo in contatto con il mondo culturale del Nord Italia, Milano, Venezia, Verona... È il famoso paradosso alpino, per cui in passato spesso più si andava in alto più le persone erano colte – in pianura si rischiava troppo.
Comunque a un certo punto Giovanni Florio, la cui madre di cognome faceva Crollalanza, andò a Londra. Dove tradusse Montaigne in inglese. Dove scrisse poesie colte. Dove pubblicò un libro di modi di dire nuovi, molti tradotti direttamente dall'italiano; modi di dire che si ritrovano in molte opere di Shakespeare (fortemente influenzato, a detta dei critici, da Montaigne). Shakespeare che sembra conoscere bene Venezia e Verona, dove ambienta le sue opere in un modo ricco di dettagli. Che riprende la storia di Romeo e Giulietta da Matteo Bandello di Milano. E che riprende il cognome Montecchi da quello di Montecchio, dove si era rifugiato il nobile che per primo scrisse quella storia – ma quell'inglese come faceva a sapere tutti questi particolari? Quell'inglese il cui unico scritto autografo che abbiamo è pieno di errori di ortografia? Che nel suo testamento lasciò una biblioteca composta da solo due o tre libri? Il cui cognome tradotto in italiano somiglia così tanto, ma così tanto, a Crollalanza, la mamma? Non è che era uno pseudonimo, un nom-de-plume a cui era costretto visto che gli italiani allora in Inghilterra non erano visti tanto bene? Insomma, non è che le opere di Shakespeare le ha scritte in realtà Giovanni Florio da Soglio in Val Bregaglia?
Molti lo pensano (il primo studio che sostiene questa tesi è degli anni Trenta) eppure se vai lì a Soglio a fare una passeggiata non c'è neanche una targa che lo ricordi.

(e neanche su Wikipedia c'era - l'ho aggiunto io)

lunedì 19 agosto 2024

Val d'Ultimo

Un anno siamo andati in montagna in un posto che si chiama val d'Ultimo (nome un po' inquietante, in verità...), in un paesino dedicato a una santa dal simpatico nome di Santa Valpurga (anche qui...).
Tutto molto carino. Un giorno il padrone di casa, persona peraltro molto cordiale e gentile, inizia a parlarci del lago lì vicino. Sono venuti, racconta, hanno fatto la diga; e il paese che c'era lì è andato sommerso sott'acqua. Tutto: la chiesa, la casa dei miei nonni, il cimitero dove erano sepolti i miei...
La voce gli si incrina, ha quasi le lacrime agli occhi. Sono passati cinquant'anni e oltre, e ancora non lo accetta.
Certo, le dighe sono molto utili. Elettricità per lo sviluppo della fabbriche in pianura, e miliardi per gli investitori. A loro valligiani, giusto qualche indennizzo e se andava bene una casetta nuova fatta dal geometra un po' più in su. Se andava male (caso più frequente), l'emigrazione in pianura.
Poi dopo il Vajont e soprattutto dopo che hanno iniziato a mettere le bombe ai tralicci, dighe così non se ne sono fatte più.
(altre notizie sul tema in Sotto l'acqua di Fabio Balocco)













[passando per i villaggi abbandonati lungo la montagna, oramai tutti ricoperti dalla vegetazione, i sentieri si riescono a seguire ancora perché sotto i rovi, dove hanno camminato per secoli o millenni migliaia e migliaia di piedi, la terra battuta resta libera]

giovedì 6 luglio 2023

Tentativi sfortunati (2)

Nel 1934 Peter Ashenbrenner e Erwin Schneider (chi sono costoro?) raggiunsero i 7.895 m sul Nanga Parbat “la montagna del destino dei tedeschi” (un po' come i “colli fatali...”).
Nessun 8.000 era mai stato raggiunto prima, quindi partendo subito sarebbero stati i primi a conquistare una vetta così alta, una gloria immensa, imperitura.
Ma il capospedizione decise di aspettare, perché voleva che tutti i componenti del gruppo avessero uguali possibilità di salire. Li fece quindi riposare un giorno. Ma il giorno dopo arrivarono i monsoni, giorni e giorni di tempeste spaventose, riuscirono a malapena a rientrare (non tutti), l'occasione era sfumata.
E quindi il primo 8.000 raggiunto fu l'Annapurna, dai francesi, nel '50 (e per il Nanga Parbat bisognerà aspettare Hermann Buhl nel '53, quasi venti anni dopo). E di Peter Ashenbrenner e Erwin Schneider non si ricorda più nessuno (o quasi).


lunedì 9 maggio 2022

Mezze montagne.

Per molti anni sono stati luoghi privilegiati di villeggiatura. Vicini alla città, belle passeggiate nei boschi, si dorme al fresco.
Adesso si va solo in alto, a sciare o arrampicare; e nelle pensioni di mezza montagna non c'è più nessuno. Neanche nei giardinetti con il monumento dei caduti, o alla passeggiata fino alla cascata, o nel ristorante tipico. La macchine sgommano e passano, hanno fretta di arrivare altrove.
Come i porticcioli di barca lungo i fiumi: un tempo attempati playboy invitavano le ragazze a fare un giro sul Po o sul Ticino con il loro motoscafo, poi un aperitivo sulla terrazza del bar che dava sulla spiaggetta, poi chissà. Adesso come minimo devi andare alle Tremiti o a Sharm-el-Sheik se vuoi fare colpo - e chissà se basta.
Il mondo è diventato più grande - ma anche più piccolo (direbbe un frequentatore delle mezze montagne).



mercoledì 1 dicembre 2021

Quasi un Ottomila.










Sono Michl Dacher e Reinhold Messner  che scendono dalla cima del K2 nel luglio 1979, ripresi dal loro compagno Gogna che stava salendo al campo III. Gogna e gli altri tenteranno la cima nei giorni successivi, arrivando al campo IV a quasi ottomila metri, fermati però dal maltempo. Con loro non c'era Renato Casarotto, fermato da Messner che aveva detto: tu non sei da ottomila, si vede, rallenteresti gli altri. Erano partiti con l'idea di aprire una nuova via di ascesa, la cosiddetta Magic Line, ma viste le difficoltà avevano ripiegato su una via più tradizionale. Gogna poi non tentò più altri ottomila, Messner invece come è noto proseguì diventando il primo alpinista a salirli tutti. Casarotto riuscì invece a scalare il Gasherbrum, ma morì qualche anno dopo proprio sul K2, cadendo in un crepaccio mentre rientrava da ottomila metri senza essere riuscito a completare la sua nuova via.
Il resoconto di Gogna su quella spedizione (sono quattro puntate, vale la pena di leggerle tutte) è molto bello, completo, si sofferma anche sull'intorno che spesso viene tralasciato (l'avvicinamento, le seccature, il cibo, i pagamenti ai portatori, le tensioni e le paure, i sogni notturni, i tempi morti, il malessere, le diarree, le riviste porno nello zaino...) molto anni '70 (anche troppo: le citazioni letterarie ad esempio sono forse un po' sovrabbondanti).
Ma bello (ahimè).

giovedì 21 ottobre 2021

Anche loro.

A un certo punto al liceo erano spuntati fuori questi due, qualche anno meno di me, pieni come tutti di idee nuove e trasgressive - ma stranamente diverse dalle nostre, che eravamo di sinistra. Uno, il più basso, voleva fare il pittore dada, l'altro – il più bello – la rockstar. Leggono Nietzsche, iniziano a farsi di droghe pesanti. Poi li perdo di vista.

Adesso scopro che uno ha proseguito leggendo Evola e riscoprendo l'alpinismo eroico anni '30 di Eugenio Lammer, del tutto in controtendenza peraltro con l'alpinismo un po' fricchettone, schietto ma vincente di quegli anni, il nuovo mattino, Messner, il bravo alpinista è quello che torna a casa, sguardo a terra, pochi mezzi, piedi ben poggiati, ma risultati straordinari, incredibili: lui niente, pubblica libri in cui esalta lo spirito che sfida la morte (libri adesso citati con orgoglio dai neonazisti); per finire poi in Himalaya, travolto dalla caduta di un seracco sotto cui avevano piantato la tenda (uhm.).

L'altro invece ha proseguiti con l'eroina, ha convinto tanti amici a farsi (che poi sono morti), è finito poi a San Patrignano, e sulla base di quella esperienza ha scritto un libro e ha collaborato a uno sceneggiato televisivo di grande successo.

Insomma, per quanto diversi, e distanti, e direi forse anche repellenti, in qualche modo anche loro hanno messo in gioco la loro vita e per questo vengono ammirati dalle ragazze. Anche loro fanno parte degli anni '70.



lunedì 10 maggio 2021

Monte Zeda

C'è questa vecchina ultranovantenne, che abita da sola in un paesino dove oramai non c'è più nessuno in una traversa della Val Cannobina. È nata e vissuta lì, è stata solo una volta a Novara da piccola. Non ha nessuna intenzione di andare in una casa di riposo, si trova bene lì. Il televisore è coperto da un cellophane per non impolverarlo, tanto non prende bene e non lo guardo mai.
Le chiedono: ma non le manca qualcosa? Non vorrebbe vedere il mondo? No, perché mai? Ma mi piacerebbe tornare ancora una volta in cima al Monte Zeda.
Così, una volta sono andato in cima a questo Monte Zeda. Lunga strada militare esposta a sole, e poi un sentiero sassoso fino alla cima.
Be', bella vista. Ma niente di speciale.





venerdì 17 gennaio 2020

Alpinista di nuova generazione


Fa un po' specie vedere l'importante giovane alpinista che salendo a conquistare il suo primo 8000 in invernale senza ossigeno, si china a raccontare alla telecamera le sue sensazioni e i suoi pensieri – non era meglio risparmiare fiato, come ti avrebbero detto a qualunque corso CAI?
E infatti fino in cima non c'è arrivata, ha rinunciato subito sotto, giusto per carità, è così che ci si comporta, niente inutili rischi. Ma quel racconto alla telecamera?

mercoledì 6 novembre 2019

Alpinisti veri


Seduti al tavolino di un bar, ascoltiamo senza volerlo i discorsi dei vicini. Lui cerca di fare colpo sulla ragazza, le racconta delle arrampicate che fa in montagna, l'imbrago, i moschettoni, i rinvii... tutto sbagliato però, si vede che non ha esperienza. Lei lo guarda estasiata, il mio eroe!
Cosa non si fa per intortare le ragazze, commenta mia moglie (che è alpinista vera). Speriamo però che sia una storia breve, una sera e basta. Perché se va avanti, diventa una cosa seria e quello la porta in montagna, quella muore.


venerdì 25 luglio 2014

R.

Ci siamo conosciuti ad Architettura.
Mi era sembrato uno un po’ esagerato, troppo frenetico, ambizioso; ma tutto sommato abbastanza in gamba (facevamo la tesi con lo stesso professore, uno serio, esigente, selettivo – ci sentivamo un po’ un’élite).
Poi ci siamo visti a Sestri, dove era nato. Ho conosciuto sua mamma, suo fratello, suo nonno e suo bisnonno. Siamo andati in collina dove avevano l’uliveto, mi ha raccontato di quando andava di notte con la barca dei pescatori (non tutti erano ammessi), di quando andava di corsa sulle colline fino al liceo a Chiavari. Ho pensato, in gamba, ma un po’ fanatico.
Poi ci siamo visti alla laurea. Faceva il fotografo adesso, di montagna. Ho pensato: un po’ fanatico. Troppe cose in pentola, troppe ambizioni. Troppa attenzione a sé, a raccontarsi. Poi ci siamo visti ancora a parlare di montagna (anch’io ci andavo). Si era trasferito in Valpelline, faceva la guida alpina, dove c’era un bivacco dedicato a mio zio, morto sul Badile. Poi non ci siamo visti per molto tempo.
Un giorno leggo sul giornale di questa iniziativa, un alpinista valdostano (ma ligure in verità), che insegnava agli afgani a sciare. Era un’iniziativa dell’Aga Khan, per portare benessere nelle valli, ma si era trasformata anche in qualcosa d’altro, insegnava ai medici a sciare d’inverno, quando le strade sono bloccate, per andare comunque in giro a curare i malati, e poi i sistemi antivalanga, per permettere ai bambini di andare a scuola con la neve. Era lui. Ho pensato: ci voleva proprio un fanatico, per fare una cosa del genere. A una persona normale non sarebbe venuto in mente, bisogna essere un po’ dei pazzi fanatici, ma matti e basta è un po’ triste, però non lo è più se fai qualcosa di speciale come questa.
Quando è venuto a Milano per raccogliere fondi per la sua iniziativa, sono andato. In gran forma, abbiamo chiacchierato allegramente un po’: i figli che studiavano all’estero, forse un settemila in Afghanistan il prossimo anno. Bravo, bravo davvero, gliel’ho detto anche, complimenti.
Adesso è disperso sul Bianco, senza speranza. Ma quel che è peggio, con un giovane cliente, un ragazzo di quindici anni. Erano partiti per la cima anche se minacciava una forte nevicata.
Forse sono precipitati (c’è quasi da sperarlo), legati alla corda in conserva, il ragazzo che inciampa. Ma forse invece la nevicata era troppo forte, e sono morti assiderati assieme, accucciati, sapendo che non ce l’avrebbero fatta.
Ed è la cosa peggiore che possa succedere ad un alpinista: non riuscire a proteggere quello più debole che ti è stato affidato. Ed è il peggiore modo di morire: pensando che così non sarai più un eroe per i tuoi figli, per i tuoi amici, per i tuoi cari, sei solo una testa di cazzo, uno che ha messo nei pasticci un ragazzo perché ha sbagliato le valutazioni, l’Afghanistan non conta più niente, sei solo uno che ha sbagliato, che ha rischiato stupidamente e ha fregato quelli che si erano fidati di te.
Che dire? Fermati, finché sei in tempo. Non ci saranno gli sguardi attoniti, non ci saranno le urla della sorellina nel parcheggio. E altrimenti invece - un abbraccio forte a voi due lassù sotto la neve. 

venerdì 17 dicembre 2010

Rinunciare.

Primo grande pregio dell’alpinista: non mollare mai, non scoraggiarsi, insistere, caparbiamente, tenere duro, resistere.
Secondo grande pregio: capire quando è il caso di mollare, invece. Non per scoramento, ma proprio per calcolo razionale (cose che a volte non sono così facili da distinguere, è lì l’inghippo).
Un caso famoso è quello raccontato da Krakauer in Aria sottile: quell’alpinista svedese che partito in bici (in bici) dalla Svezia, si era fatta pedalando tutta l’Asia minore, e poi la Persia, e poi l’India fino a Kathmandu, e poi a piedi fino all’Everest, e poi era salito da solo, ed era arrivato fino a cento metri dalla vetta: dove aveva ritenuto opportuno rinunciare.
La cordata che era salita dopo di lui invece aveva insistito, ce l’aveva fatta, era arrivata in vetta: e si sa poi come è finita (dieci morti, compresi quelli più esperti).


(lo svedese poi ci ha ritentato, nei giorni successivi, e ce l’ha fatta)

mercoledì 15 dicembre 2010

Cani all’inizio dei sentieri (ovvero: il bello della montagna).

I cani abbaiano soprattutto a chi ne ha paura.
E’ una cosa che ho sempre trovato profondamente ingiusta: punisce gli intelligenti con la mente fertile, subito pronti ad immaginare che quel cane potrebbe essere aggressivo, e quindi a guardarlo con timore, e quindi a innescare la sua attenzione e vedere rapidamente avverarsi il proprio timore. Mentre i più stolidi ignorano bellamente l’animale, e ne vengono ricambiati con tutto il rispetto. Insomma: se inizi a pensarci su è la fine (come per molte altre cose). Vi sembra giusto?
E questo spesso capita proprio nelle situazioni in cui meno si vorrebbe. Ad esempio, molte volte in montagna il punto in cui ci si perde più facilmente è all’inizio di un sentiero (parlo di quelli poco frequentati e mal segnalati, certo). Poi seguirlo è facile, come è facile seguire la strada che porta fino a lì. Ma è il punto di contatto fra due realtà diverse, quella civile e artificiale, l’altra più selvatica e naturale, a essere poco riconoscibile.
E spesso quindi l’inizio di un sentiero vicino a un casolare isolato è presidiato da un cane che, come ultimo rappresentante solitario della civiltà, è giustamente sospettoso degli sconosciuti e quindi quasi sempre inutilmente aggressivo. Chi saranno questi rari visitatori? Che ci vengono a fare qui? Vigilare, abbaiare, aggredire. Così l’altrettanto solitario escursionista nevrotizzato dalla vita urbana si trova di fronte al dilemma: abbandonare? (impossibile) Avanzare? (rischioso) Cambiare strada? (incerto e faticoso e anche un po' vile). E intanto il cane abbaia sempre più furiosamente, sempre più sospettoso.
Al ritorno poi dalla montagna, dopo ore e ore passate nel bosco, quello stesso cane stranamente non fa più paura e ci lascia tranquillamente passare. Siamo diventati un po’ delle bestie anche noi.
Ed è questo il bello della montagna.

mercoledì 6 ottobre 2010

Oberflitz.

Venticinque anni fa, da poco laureato, stanco, il lavoro che non funzionava, la casa che non si trovava, una vita che non ingranava... venticinque anni fa insomma, solo all’inizio di agosto, pallidi e accaldati, riuscimmo ad iniziare a pensare alle vacanze(io e la mia fidanzata). Senza spendere troppo, mi raccomando! Che anche soldi non ce n’erano, né si sapeva quando sarebbero arrivati. Qualcuno ci consigliò la Val di Funes, forse qualcosa lì si riusciva ancora a trovare.
E così il 4 o il 5 agosto riuscimmo finalmente a partire da Milano, con la nostra macchina tutta scassata. Lungo la strada ci fermammo a mandare per posta la domanda di partecipazione a un concorso da comunale in un paese della cintura milanese, un postaccio, ma non vedevo alternative.
La stanza che avevamo preso era subito oltre il fiume, sul lato meno esposto al sole, a metà della valle. Non ci accorgemmo neanche che più in là c’erano delle spettacolari dolomiti, e la mattina dopo partimmo per una passeggiata nel bosco scosceso dietro casa, verso Flitz. Non avevamo neanche la cartina (era la prima volta che andavamo in montagna da quando eravamo bambini, prima ci pensavano i genitori) e nel giro di poco tempo perdemmo il sentiero. Cominciammo quindi a vagare nel bosco, non c’era nessuno in giro a cui chiedere. Ma non volevamo mollare, e quindi proseguimmo salendo, seguendo qualche traccia e qualche vecchio segnale, tutti sudati, graffiati dai rovi e dalle ortiche, furenti e di pessimo umore.
Improvvisamente sbucammo in cima. E di là, un pianoro erboso vastissimo, ordinato, qua e là mucche e cavalli, percorso da persone civili. E una vista spettacolare, le Odle meravigliose, il Sassolungo, l’alpe di Siusi, montagne innevate in lontananza! Al piccolo rifugio nella malga, un ottimo pasto, gustoso e a poco prezzo.
Quella gita mi ha cambiato la vita (è un po’ esagerato, ma è così). Ho imparato che non bisogna mollare. Che bisogna faticare, e che alla fine c’è il premio. Che dalle situazioni più nascoste e trascurate possono venir fuori delle belle sorprese.
A casa eravamo ospiti di due vecchini tedeschi, per nulla a disagio ad avere in casa un ragazzo e una ragazza che passavano un sacco di tempo a letto a fare l’amore, ma anzi abbastanza incuriositi (con molta discrezione, però) dalle nostre usanze culinarie. Fuori, gli alberi e i ripidi prati faticosamente falciati sotto il sole da intere famigliole, boschi che sembravano giardini. E alla vecchina, quando pensava che non la sentisse nessuno, piaceva cantare accompagnandosi con l’organetto.
Be’, da quella volta tutto è iniziato ad andare meglio.
E al concorso per il posto in Comune non mi sono neanche presentato.

lunedì 9 agosto 2010

Altezze dell’alpinismo.

Subito a venti metri dal parcheggio, c’è chi si è già fermato, ha messo giù una tovaglia e fa pic-nic. Spiace dirlo, ma spesso sono meridionali, forse il fresco del bosco gli basta, o non sono abituati a camminare.
Al rifugio di fondovalle (in realtà quasi un ristorante), giusto in fondo alla strada sterrata, è pieno di italiani, milanesi, romani, che sgagnano polenta e capriolo a quattro palmenti.
Al rifugio al termine della salita sul ghiaione, sul limitare del ghiacciaio, ci sono solo bergamaschi (o trentini o piemontesi) e qualche straniero.
Ma sul ghiacciaio e sulla cresta terminale, sono quasi tutti inglesi, tedeschi, francesi, americani: gente preparata, che non ha paura a fare fatica, che si gode le bellezze dell’alta quota.
(e poi ci si chiede perché il paese è in declino)

martedì 6 luglio 2010

Scherzi della memoria.

Ci sono giri in montagna che si imprimono nella memoria per qualche loro particolarità, perfettamente incisa in un ricordo vivido. Ci torni dieci o vent’anni dopo, ed è tutto diverso. Ma non solo perché sono cresciuti gli alberi, o è crollato un pezzo di sentiero, o hanno costruito una strada: no, sono proprio quelle particolarità, impresse nella mente e raccontate mille volte, a non esserci.
Sul Tracciolino ricordavo perfettamente il grande ponte d’acqua con il troppo pieno scrosciante: bene, ci sono tornato e non c’è. Mica l’avranno tolto? O sono io che non l’ho visto? Avevo anche delle foto, ma non le trovo più.
E per salire al Marinelli in Valmalenco, ricordo benissimo l’epico sentiero dei “sette sospiri”: una salita che non finiva più, tutta tornanti sul ghiaione, e per premiarci poi i genitori ci avevano portato noi bambini a dormire al rifugio, quasi a tremila metri, la prima volta, un’emozione!
Bene, ci sono tornato, e non c’è nessun sentiero del “sette sospiri”, solo una piccolissima salita, cinque minuti. Ma se avevo anche la cartolina! Macché.
Ma mi chiedo: se è così per cose così semplici, se ci inganniamo così tanto su cose delle quali siamo così sicuri... e le cose della guerra? E le vicende del passato? Tutte inventate? (inconsapevolmente)

(la foto poi l’ho ritrovata, il ponte d’acqua c’è. E anche i “sette sospiri”, sono su Google Earth, ci eravamo fermati troppo indietro per via della neve. Tutto a posto.)


(Ma, a proposito: come fa Sebald, all'inizio di Vertigini, a interpretare in modo così sbagliato la posizione del forte di Bard? E' chiaro che è sul lato destro della valle, salendo, e quindi lo schizzo di Stendhal si riferisce a una persona che scende, non che sale. E poi, come fa a dire che a sinistra c'è il Resegone e più il là, oltre, il Rosa? Ma fa apposta e ci sta mettendo alla prova? Ci vuole introdurre al tema del disorientamento del libro? O è veramente disorientato?)

giovedì 8 ottobre 2009

Hermann Buhl


Su e giù dagli ottomila (SEI)


Raro esempio di libro di alpinismo poco retorico e poco dedito al sublime (per chi non lo conoscesse, Buhl è stato un alpinista austriaco di famiglia semplice - di mestiere faceva il portatore di birre ai rifugi, il mulo umano insomma; poi riuscì a diventare commesso in un negozio, ma i soldi erano sempre pochi per cui ad esempio quando scalò - in prima solitaria - la mitica parete Nord-Est del Badile, se ne dovette tornare la sera stessa a casa in bicicletta, Passo del Maloja compreso, finendo per cascare nell'Inn per il troppo sonno! Ebbe finalmente la sua grande occasione partecipando alla spedizione al Nanga Parbat nel '53; quando però si seppe che gli inglesi avevano conquistato l'Everest, e quindi avevano rubato la scena per quell'anno, tutti si demoralizzarono e decisero di tornare a casa; lui no, era la sua occasione e partì da solo dall'ultimo campo. Lo aspettavano 1.400 metri di dislivello e molti chilometri a piedi in un ambiente difficilissimo dove nessuno era mai stato, a 8.000 metri di altezza, la "zona della morte" come veniva chiamata; ebbene il libro è il racconto di questa che forse è la più grande impresa nella storia dell'alpinismo):
1. conclusione perfetta di una lunga preparazione, dove gli elementi negativi della sua vita – fatica, solitudine, condizioni avverse, poco tempo a disposizione – (causa povertà) diventano fattori di successo.
2. ingenuità letteraria che comunica in modo immediato lo stupore di fronte alla dimensione delle montagne himalayane. Fino a quel punto la retorica è quella classica alpinistica – il maestoso paesaggio, le cime inviolabili, le discese ardite... - ma il Nanga Parbat è decisamente più grande di qualunque altra montagna vista, come nell' episodio della valanga (due chilometri di fronte) dagli esiti inattesi (spostamento d' aria, nuvola di neve) pur a grande distanza.
3. eccezionalità dell'impresa, dovuta sostanzialmente alla caparbietà e al fanatismo di B. (gli altri se ne erano già andati, perché quell'anno la conquista dell'Everest aveva rubato la scena): nessuno ha mai fatto una prima su un ottomila da solo, nessuno prima aveva passato la notte all'addiaccio sopra gli ottomila (secondo i medici la morte era certa).
4. impressione del secondo inesistente, che improvvisamente nei momenti difficili inizia a dare consigli, a ricordare di mettersi i guanti di riserva, che lo mette in sicura nei passaggi difficili, somma di tre immagini: angelo custode (B. non è né religioso né spiritualista o almeno di queste cose non parla mai, è molto tecnico, e proprio per questo l' immagine colpisce all'improvviso e inaspettata); mito alpinistico del compagno di cordata; mito himalayano dello yeti.
5. ritorno di B. stremato e filmato dal compagno che lo aspetta! Immagine, prima del racconto, priva di significato, e poi quanto mai commovente – pensavano fosse morto, ed ecco all'improvviso sulla montagna bianca un puntino che si muove, pian piano viene avanti, è lui, è come se fossimo noi ad accoglierlo, così come l' abbiamo conosciuto e accompagnato fino in cima.
6. prima le polemiche e poi il Broad Peak, primo ottomila salito in stile alpino (vale a dire senza portatori di alta quota e senza ossigeno, a dimostrare che non servono grandi soldi e grandi organizzazioni, una cosa incredibile e mai vista allora - e difficilissima anche adesso), ma con i compagni più giovani più svelti, quasi una mezza figuraccia
7 e ultimo = immediata e tragica fine sul Chogolisa, così sciocca, così evidente nei suoi motivi psicologici, così impietosamente registrata dalla foto scattata durante la schiarita che ci mostra il suo – stupido – percorso (e il suo errore) verso la cornice! (non verrà mai più ritrovato) La pietà è nostra,


(stranamente, il titolo del libro in italiano è stato tradotto "E' buio sul ghiacciaio" - chissà perché. La postfazione di Diemberger - grande alpinista - che racconta la fine è retorica e piagnucolosa)


(René Girard in Menzogna romantica e verità romanzesca teorizza il carattere mimetico del desiderio, la tendenza cioè – semplificando molto – ad imitare il comportamento di chi ammiriamo. E quindi è incredibile notare il destino parallelo dei due fratelli Messner, Günther e Reinhold, sul Nanga Parbat sulle orme di Buhl (loro idolo, letto e riletto): uno ne ripercorre il successo nella scalata solitaria quando la spedizione sembra oramai fallita; l'altro la morte nella bufera scendendo dalla vetta – e per anni anche lui non fu ritrovato)

martedì 6 ottobre 2009

Bei tempi andati

All’inizio del secolo, le famiglie povere di New York che proprio non ce la facevano più, con gli ultimi soldi rimasti andavano al Luna Park di Coney Island e lì morivano di fame, papà, mamma e bambini. La mattina ne raccoglievano a decine (da Koolhas, Delirious NY).

Il papà e il bambino che nell’Ottocento erano andati a lavorare in Francia per la stagione. Al ritorno, nel valicare a piedi un passo alpino, una valanga li aveva travolti, e avevano perso il sacchettino con i soldi. Si erano messi quindi a cercarla freneticamente nella neve. “Se non l’avessimo trovata, in famiglia saremmo tutti morti - di fame.” (ma poi dopo ore di ricerca l’avevano ritrovata) (da Nuto Revelli, Il mondo dei vinti)