Ovviamente nessuno pensa che Norman
Rockwell sia un bravo pittore, né tantomeno un grande artista.
Troppo macchiettista, enfatico, retorico; dal disegno ultrarealista,
datato, ottocentesco.
Eppure... Eppure certe immagini restano
nella testa. La bimba nera che va a scuola con quattro giganti
(poliziotti) che la proteggono. Ha diritto a studiare, lo Stato la
protegge, un giorno potrà diventare la moglie del Presidente: e
quelli che scrivono “nigger” sul muro e le tirano i pomodori sono
dei perfetti coglioni (certo, la bimba è perbene, non è una uscita
del ghetto, ma insomma).
Oppure: quello che si alza dal pubblico
per parlare. Ha il giubbotto, la camicia blu, gli altri che si
voltano un po' stupiti a guardarlo hanno la giacca, la camicia bianca
e la cravatta. Lui tiene in tasca (o in mano, dipende dalle versioni,
più bella la prima secondo me) un foglietto, si è preparato, non
parla a vanvera, non è lì per urlare.
Paternalismo? Sicuramente. Ma (per
dire) quando hanno presentato il piano regolatore di Milano, giunta
progressista, forse qualcuno del pubblico ha potuto alzarsi in piedi
e dire cosa ne pensava? Macché, neanche per sogno, se ne sono
guardati bene, non c'era tempo, forse il “Diritto di parola” non
l'avevano mai visto.
E Rosie la rivettatrice? La ragazza in
fabbrica durante la guerra, tutta contenta con le sue macchine e i
suoi muscoli, come era Marilyn Monroe...
Il disegno però che mi piace di più è
il negozio di barbiere chiuso alla sera. È
buio, non c'è nessuno. Ma nel retrobottega spunta una luce, c'è un
gruppo di vecchiotti che suonano, uno il violino, l'altro il
clarinetto.
E quindi se produci immagini potenti che si fissano nella mente e generano cultura... un artista (piaccia o meno) lo sei.







