lunedì 9 dicembre 2019

domenica 8 dicembre 2019

lunedì 2 dicembre 2019

mercoledì 27 novembre 2019

Filippo Penati


Ho conosciuto Penati quando era Assessore all'urbanistica di Sesto: da consigliere comunale aveva protestato contro dei programmi di intervento urbanistico poco limpidi, troppo sbilanciati a favore dei privati: ebbene, gli avevano detto, visto che sei tanto bravo, provvedi tu a rimetterli a posto, trenta giorni di tempo, e se non ce la fai te ne vai. Così era venuto da me, manco ci conoscevamo, e in tutta franchezza aveva detto: di urbanistica non ne so nulla, vedi di spiegarmi. In capo a due-tre giorni aveva capito l'essenziale, in una settimana ne sapeva più del dirigente ed era passato alla revisione dei programmi, con una certa brusca durezza. Insomma: intelligente, capace, generoso e coraggioso; e un po' spregiudicato, nel senso che non aveva pregiudizi. E anche nel senso che quando si è trattato di rimettere in riga il programma presentato dalle cooperative del suo partito, stranamente era diventato molto più morbido e comprensivo, eh, la politica (inutile dire che a questo punto mi sono dimesso). Ma ricordo anche che era il responsabile di un servizio di ristorazione in cooperativa, dove si andava a mangiare a prezzi bassi, ma soprattutto si mangiava bene, e a questo soprattutto ci teneva, chiedeva: è buono? Vero che è buono? Perché non basta spendere poco, anche la qualità conta.
Quando è stato indagato, ho sempre pensato che fosse sostanzialmente innocente. Nel senso che sì, qualche imperfezione formale può esserci stata, sì, qualche forzatura, qualche mossa azzardata: ma era uno onesto. Mi spiace non essere riuscito a dirglielo per tempo.


Herzen (Iskander)


Il passato e i pensieri – Einaudi/Gallimard
(occhio all'edizione, ce ne sono in giro alcune in cui manca tutta la parte finale)

Il cognome gli era stato dato dal padre, un nobile russo che non aveva mai sposato la madre, tedesca (ancorché convivessero e lui non avesse altri legami). Ma erano nel suo cuore (Herz, in tedesco) e venne allevato come se fosse suo figlio legittimo a tutti gli effetti (ebbe anche la sua parte di eredità). Spirito brillante fin da giovane, intelligente, colto, spiritoso: fu lui il primo a far scoprire a Parigi che i russi non erano tutti dei bestioni, e che invece stava nascendo una nuova, grande cultura che si apriva alla curiosità degli occidentali. Nato nel 1812 durante l'invasione napoleonica (fuggirono per poco all'incendio di Mosca), aveva tredici anni al tempo dei moti decabristi e aveva giurato di farla pagare allo Zar. Fu socialista libertario, da giovane esiliato dal governo zarista, nella maturità profugo in Europa. Partecipò al 1848 in Francia, dove rimase profondamente deluso dal tradimento da parte della borghesia degli ideali che aveva condiviso con gli alleati proletari, pur di giungere al potere stringendo patti con i vecchi oppressori. Fu amico di Mazzini e Garibaldi (che gli diceva di essere tornato dall'America perché chi emigra finisce per perdere la sua anima); amico di Bakunin, fondatore dell'anarchismo, era invece diffidente di Marx, che trovava troppo autoritario. Da letterato, diede vita a un circolo culturale assieme al critico Belinskij, che scoprì e lanciò il giovane Dostoevskij.
Le sue memorie sono una miniera senza fine di aneddoti meravigliosi e divertenti – strano che non sia più conosciuta – dall'istruttore di francese che improvvisamente si rivela “ebbene sì, il re l'abbiamo condannato a morte noi” (era un rivoluzionario fuggito in Russia in incognito), al luccicone sul viso di suo padre quando il giovane Herzen venne arrestato (perché a un ritrovo studentesco – a cui lui non aveva partecipato, badate bene – uno spione della polizia che si era infiltrato aveva convinto i ragazzi a cantare una canzone che forse faceva vaga allusione in termini poco lusinghieri a qualcuno... prendendolo in giro... in modo poco ossequioso... e magari forse quel qualcuno poteva essere lo zar? Non sia mai! Lui certo non era presente, ma avrebbe potuto esserci, quindi condanna! In esilio! - ma gli altri finirono addirittura in Siberia, dove sparirono), fino ai pensieri sui diritti delle donne (devono poter partecipare alla vita economica, politica e culturale come gli uomini, perché altrimenti... come faremo a sapere che ci amano veramente? Solo se saranno libere di lasciarci sapremo che è vero amore – pensiero sorprendente, per nulla indulgente o paternalista – ed era anche abbastanza bello e piaceva molto, quindi problemi da quel punto di vista non avrebbe dovuto averli). Insomma, un genio (si potrebbe andare avanti per ore). Ma perché non ha vinto lui in Russia, anziché Lenin?
[semplice: perché per battere l'assolutismo, ci voleva gente molto, molto determinata. Molto dura. Dalla volontà ferrea e spietata. Anche troppo. Ma vincente. Ma spietata, ahimè.]
[ah, e Iskander era il suo nome di battaglia. Un po' come Lenin, Trotckj, Stalin. Lui però non è diventato famoso]

venerdì 15 novembre 2019

“Né con lo Stato, né con le BR”


Normalmente si dà un significato negativo a questo slogan, lanciato alla fine degli anni '70. È lo slogan degli ignavi, dicono, di chi non è capace di fare una scelta – e se non si sceglie da che parte stare, ci si condanna all'irrilevanza, si finisce fuori dalla Storia. Questo dicono i soloni sicuri di sé, prima di passare rapidamente dalla parte del più forte – o almeno, di chi gli appare tale.
Penso invece ci sia una certa dignità, anche storica, in quella posizione.
Innanzitutto una dignità morale: in chi rinuncia a fare il male, perdendo di importanza, c'è una forma di rispetto per chi subisce, per le vittime, che in chi invece il male lo fa, magari in vista di un bene superiore, invece non c'è. Chi dice “meglio rimorsi che rimpianti”, oppure “non si può fare la frittata senza rompere le uova” (tipiche frasi con cui si sono giustificati per anni i peggiori regimi comunisti) mostra insomma di non avere rispetto per le vittime; pensa solo a sé, al suo destino e a quello che sta cercando di fare. Gli altri non contano. E a pensarci bene, nella nostra cultura questo lo si trova anche nella parabola del figliol prodigo (mai piaciuta, peraltro), dove per il peccatore redento si uccide il bue grasso, mentre per suo fratello che ha sempre fatto il bravo non si uccide neanche una capretta (poveretto, perché?). È che in fondo il male ha un suo fascino, è vicino al bene, non fare nulla è noioso – e alle vittime non si pensa, sono fastidiose, lamentose. E invece. E invece se alla fine degli anni '70 molti – che pure avevano fatto della violenza e dello scontro di piazza un mito – ebbene alla fine non sono passati alla lotta armata, è anche per quello slogan. Si finiva fuori dalla Storia? Si diventava irrilevanti? Ebbene sì, ma non si generava sofferenza agli altri. Meglio invece scegliere? Meglio chi è stato prima con le BR, e poi anche con lo Stato? Tipo Barbone e gli altri, prima assassini e poi pentiti?
Se pensiamo che il dolore inflitto alle vittime non conti niente, va bene così. E facciamo pure sposare il figliol prodigo sull'altare maggiore del Duomo, a maggior gloria. Noi però preferiamo restare fuori, al buio e al freddo, magari. Né con lo Stato né con le BR. Per sempre.

[be', ma allora, si potrebbe dire, perché non stare con lo Stato fin da subito? Qualche motivo qui e qui]

mercoledì 6 novembre 2019

Alpinisti veri


Seduti al tavolino di un bar, ascoltiamo senza volerlo i discorsi dei vicini. Lui cerca di fare colpo sulla ragazza, le racconta delle arrampicate che fa in montagna, l'imbrago, i moschettoni, i rinvii... tutto sbagliato però, si vede che non ha esperienza. Lei lo guarda estasiata, il mio eroe!
Cosa non si fa per intortare le ragazze, commenta mia moglie (che è alpinista vera). Speriamo però che sia una storia breve, una sera e basta. Perché se va avanti, diventa una cosa seria e lui la porta in montagna, quella muore.