sabato 2 marzo 2019

Mircea Eliade



Eroi italiani?

da Wikipedia (leggi fino in fondo):

Papini si batté per l'intervento italiano nella prima guerra mondiale. Celebre il suo provocatorio articolo Amiamo la guerra, apparso su Lacerba (1º ottobre 1914), in cui afferma:

«Finalmente è arrivato il giorno dell'ira dopo i lunghi crepuscoli della paura. Finalmente stanno pagando la decima dell'anime per la ripulitura della terra. Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne. Ci voleva una bella innaffiatura di sangue per l'arsura dell'agosto; e una rossa svinatura per le vendemmie di settembre; e una muraglia di svampate per i freschi di settembre. (...) Siamo troppi. La guerra è una operazione malthusiana. C'è un di troppo di qua e un di troppo di là che si premono. La guerra rimette in pari le partite. Fa il vuoto perché si respiri meglio. Lascia meno bocche intorno alla stessa tavola. E leva di torno un'infinità di uomini che vivevano perché erano nati; che mangiavano per vivere, che lavoravano per mangiare e maledicevano il lavoro senza il coraggio di rifiutar la vita. (...) Amiamo la guerra ed assaporiamola da buongustai finché dura. La guerra è spaventosa - e appunto perché spaventosa e tremenda e terribile e distruggitrice dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi.»


Papini venne però riformato e non poté arruolarsi, a causa dei suoi problemi di vista.

venerdì 1 febbraio 2019

I fondamentali


sono sempre gli stessi:
nascita – sesso – potere – morte.
E chi ci dà importanza: la mamma ai bambini, la religione, l'arte o l'impegno politico, la persona che ci ama.
Ma il fondamentale vero è: “sentire” (nel senso di quella consapevolezza emotiva forte e chiara, vagamente indicibile – qualcosa che in realtà non riesco neppure a nominare chiaramente).
(quando si lavora tanto, poi quando ci si ferma, non si sente più niente. Si dorme e non si sogna. È come il pirata morto che continua a vivere, ma non sente più il sapore della mela. È quello che gli manca. Ed è quello che ho sempre cercato, dopo che l'ho perso. E qualunque cosa faccia, l'obiettivo è un solo: ritrovarlo. Anche se non so cos'è)
(mica sarà quella cosa di cui parlava Mihály Csíkszentmihályi?)

martedì 29 gennaio 2019

Napoleone a Monte Merlo.


In un angolo appartato del Parco Sempione, su una collinetta dove non va mai nessuno (per la toponomastica, Monte Merlo), in mezzo agli alberi c'è una statua a cavallo di Napoleone III, quello del 18 brumaio. Mi avventuravo lì in bici con mia sorella quando eravamo piccoli, altrimenti non l'avrei mai notata.
Era stata ordinata quando Luigi Bonaparte era Imperatore dei Francesi e importante alleato e protettore della giovane nazione italiana. Ma poi quando la statua fu pronta – una bella statua, fra l'altro – c'era stata Sedan, la sconfitta, l'umiliazione; così la statua anziché al centro di un importante crocicchio era stata relegata in quell'angolo nascosto del parco.
Qualche anno fa una commissione di artisti propose di valorizzarla, spostandola in un luogo più visibile; ma non se ne fece nulla. Per fortuna! La statua secondo me è bellissima dov'è: spunta misteriosa in mezzo agli alberi, come una di quelle statue sullo sfondo di una piazza metafisica di De Chirico. Come uno sberleffo di Cattelan, così maestosa e così dimenticata. Quasi un monito alla precarietà della gloria. Fra i piccioni, i vecchietti sulla panchina e qualche raro bambino che gioca.


I fotografi analogici sono dei cretini.


C'è questo noto processo della modernità, per cui attività complesse e costose, riservate ai ricchi e a professionisti specializzati, diventano man mano (grazie alla tecnologia) meno costose e accessibili a tutti. Certo, in quel processo qualcosa si perde, una certa qualità ad esempio; ma si guadagna in democrazia (il famoso “accesso al simbolico”) e immediatezza.
Ad esempio la musica: una volta era suonata da orchestre, che pochi si potevano permettere. Adesso c'è l'mp3, la musica te la puoi ascoltare quando vai in giro per strada, in spiaggia, dove vuoi, ed è praticamente gratis, anche comporla è semplice. C'erano le carrozze, e adesso ci sono le automobili. C'era la pittura, e adesso c'è la fotografia digitale, praticamente gratis, la può fare chiunque e ovunque, anche in cima a una montagna o in mezzo al mare.
Ma c'è qualcuno a cui questo processo non piace. E capisco chi vuol tornare alle origini: andare in giro a piedi o a cavallo, suonare la chitarra e cantare, disegnare e dipingere. Quelli invece che non capisco sono quelli che si fermano a metà: a cui piace solo il vinile, ad esempio, la 500 con la doppietta, la foto analogica con la pellicola e gli obiettivi fissi.
C'è una forma di snobismo da quattro soldi, dietro tutto questo. Tutti fanno foto con il telefonino, io uso una Voigtländer del '61. Vado in giro con una Vespa del '74 Ascolto dischi jazz del 1950, mai più riprodotti. E perché mai?
Un po' è per ribadire il proprio ruolo, solo io sono capace – con tutte le conseguenti legnosità del caso: sedute di posa, provini, messe in scena, inquadrature “arty”, perdita di immediatezza. Ma un po', penso, è per fare colpo sulle ragazze, fanno quelli speciali, che non sono come tutti. E c'è sempre qualche tonta che ci casca, che ne è affascinata
(e che è anche felice di cascarci - e quindi - saranno anche fatti suoi, no?)

venerdì 25 gennaio 2019

Sindrome della ragazza bruttina


Ci sono ragazze carine, simpatiche e intelligenti, che chissà perché si sentono brutte. Diciamo che magari non sono delle bombe sessuali, delle sventole, delle strafighe; ma insomma non sono male. Ma di questa loro presunta mancanza di sex appeal ahimè ne soffrono, e il loro sogno finisce per essere di stare con il più bello della scuola, il figaccione inarrivabile che così le potrebbe finalmente confermare della loro appetibilità.
E quindi rifiutano con sdegno i ragazzi carini e intelligenti che si innamorano di loro e le corteggiano. Come? Due bruttini? Non sia mai! Sarebbe come arrendersi, come una condanna, una rinuncia definitiva a un possibile ruolo di femmina desiderata; l'ammettere davanti a tutti di essere prive di richiamo sessuale.
E così, mi è capitato più facilmente di stare con ragazze belle che con bruttine simpatiche e intelligenti. Non sono un figaccione – e quindi per le bruttine non vado bene. Quelle belle, invece, di figaccioni alle calcagna ne hanno fin troppi, quello di cui cercano conferma è di essere intelligenti. E quindi per loro vado bene (almeno, do questa impressione). E con le bruttine invece mi va sempre male. È un rimpianto, però.


Topos letterari


Letteralmente: luoghi comuni. Ovvero strutture tipiche, facilmente riconoscibili dal lettore, rassicuranti e quindi più immediatamente comunicative. Ma il grande scrittore è quello che li utilizza per fare il salto di qualità: si parte da qualcosa di noto, poi lo scatto che fa passare da un buon testo a un testo geniale.
Ad esempio: tutti conosciamo il topos del giovane medico, fresco di studi universitari, che viene spedito in una qualche modesta condotta di campagna, dove si trova di fronte all'improvviso alla dura realtà della sofferenza, del rischio, la paura di non farcela, la diffidenza dei paesani, affezionati al vecchio ed esperto predecessore: eppure fra battiti di cuore, ripassi affannati dei libri di scuola, generosi consigli della vecchia infermiera, ce la farà. Il paziente dato oramai per morto si risolleva, fra le lacrime e la commozione di tutti. È il meccanismo tipico ad esempio delle storie del veterinario inglese, quello delle creature grandi e piccole e delle cose sagge e meravigliose, centinaia di storie (gradevoli) tutte più o meno uguali.
Ed è anche lo schema che usa il giovane medico Bulgakov per il suo primo libro, appunto “Memorie di un giovane medico”. Per i primi tre racconti (gradevoli) va tutto secondo lo schema: il paesello dimenticato da dio dove è stato mandato, le sofferenze, le ansie, le riletture, i consigli, e alla fine le guarigioni miracolose e la gratitudine dei salvati. Poi a un certo punto lo scatto, il salto di qualità del grande scrittore.
Il racconto è “La tormenta” (o “la bufera” in altre traduzioni). Siamo nell'inverno del '17. Una grande bufera di neve scuote la pianura russa. Il giovane dottore se ne sta pigramente rintanato nella sua casetta, ben contento che non lo chiami nessuno. Ma ecco d'improvviso che viene chiamato di notte in un distretto lontano: una ragazza ha avuto un incidente proprio nel giorno delle sue nozze, sta morendo, il dottore deve accorrere: con un lungo viaggio in slitta nel buio arriva alla casa, il fidanzato piange disperato nella stanza accanto. E qui c'è la prima rottura del topos: il medico, nonostante gli sforzi, non ce la fa. La fidanzata muore. Decide quindi di tornare a casa, nella notte, in slitta, dove cade nel sonno. A un certo punto il vetturino lo chiama, hanno perso la strada. Sono fermi, nel buio, i cavalli affondano nella neve. E all'improvviso i cavalli si muovono, riprendono a trottare, bene, avranno trovato la strada, pensa, si sdraia di nuovo giù nella slitta. Ma nel dormiveglia gli sembra di sentire di nuovo i lamenti del fidanzato, lì nel buio. E lì fuori nel buio (e nel sonno) gli sembra come di scorgere un gatto nero che balza, lì davanti. No, anzi, i gatti sono due. Sono tre. Quattro. Sono lupi! La slitta vola, e riesce finalmente a raggiungere casa.
Qui finisce il racconto. Ma pensiamoci su un po'. Qui ci sono alcune cose che parlano di altre cose: c'è una fidanzata amatissima ferita a morte; e c'è una bufera dentro cui i lupi sono pronti a scatenarsi. Inverno 1917 - arriva la guerra civile. Ed ecco che il topos – il banale topos – è diventato qualcos'altro: la rappresentazione potente di un momento.