giovedì 10 novembre 2016

Malinconia del neandertaliano

Gli uomini di Neandertal erano abbastanza simili a noi, si sa. Un po' più grossi, con il cervello più grande (ma minor rapporto cervello/peso corporeo), usavano rozzi strumenti e avevano il culto dei morti, segno di capacità di ragionamento astratto. Sembra però che parlassero male, per motivi fisiologici insuperabili (diversa posizione della glottide o cose del genere), e questo li metteva in grandi difficoltà nella trasmissione del sapere. In altre parole, avevano potenzialità simili alle nostre, solo gli mancava giusto quel quid fisiologico per fare il salto di qualità e svilupparle appieno. Per il resto erano come noi. Vivevano poi in condizioni ambientali molto difficili, l'Europa della glaciazione, sempre al limite della sopravvivenza, mezzi morti di freddo e di fame, come sembra di capire dai resti dei loro insediamenti. Così, quando si presentarono gli homo sapiens, così simili ma più brillanti, per i poveri neandertaliani ci fu poco da fare. C'è chi dice che furono massacrati; altri pensano che convivessero fianco a fianco per migliaia di anni, l'uno di successo e sempre più in espansione, l'altro - come un parente povero - sempre più in declino, fino all'estinzione.
E me li immagino, gli ultimi neandertaliani, nel loro ricovero, freddo, poco da mangiare, i bimbi (pochi) che frignano; che guarda fuori malinconico la neve che cade.

Navigli

Per chi è a Milano o dintorni, consiglio un giro in bicicletta lungo le alzaie dei navigli. Tutti e tre vanno bene, Grande (più Bereguardo, molto importante anche se un po' trascurato), Pavese e Martesana-Paderno. I miei preferiti sono il primo e l'ultimo, anche perché collegano direttamente il centro di Milano (quasi) con le sue due “spalle fluviali”, Adda e Ticino, fino alle montagne: raggiungendo e delineando così il territorio naturale della città. E in questo rapporto fra città e campagna – o meglio fra città e contado, rete di centri minori, ma vivi e importanti, acqua e montagna – sta il segreto del funzionamento di Milano.
Ed è proprio il Naviglio Grande quello che ha fatto un po' la differenza: senza questa grande opera ingegneristica medievale (pensate, costruita alla fine del 1200 a pelo d'acqua, dallo sperone di Tornavento, dove c'è l'attuale ponte di Oleggio, a Milano, 50 chilometri senza sbagliare altimetria!) Milano non sarebbe diventata il centro commerciale, ma anche agricolo e industriale – centro economico insomma – che è diventata. Commerciale innanzitutto: perché le merci che scendevano dal Nord Europa attraversando le Alpi trovavano qui un'infrastruttura rapida e sicura che li portava prima a Milano e poi al porto fluviale di Pavia, e quindi sul Po, Adriatico, e poi verso l'Oriente, con grande risparmio di tempo e di denaro. E questo faceva la differenza fra Milano e le altre possibili localizzazioni concorrenti. Poi, agricola: perché il Naviglio irriga. Poi energetica, perché le acque scorrenti muovevano prima i mulini e poi le centrali idroelettriche che davano energia alla nascente grande industria. E infine il loisir, ovvero il piacere del verde, del fresco e delle acque, un tempo nelle ville signorili, oggi in quello che facciamo, pedalando lungo le sue sponde, assieme a centinaia o forse migliaia di persone che si divertono a fare sport, a correre, passeggiare, pattinare, biciclettare, pescare, prendere il sole e chiacchierare lungo le sue rive.
Il Naviglio insomma è il classico esempio della struttura multifunzionale: serve – è servito – a tante cose nel tempo.

E questa multifunzionalità la si vede soprattutto nel misto di ingegneria e di bellezza paesistica nella zona di Paderno: il ponte di ferro, alto, bellissimo il ponte e bellissimo il paesaggio delle sponde scoscese da cui si slancia (qualche anno fa volevano demolirlo per sostituirlo con uno nuovo, pazzi!); il ribollire d'acqua dei troppo pieno delle centrali ottocentesche; le rapide dell'Adda dipinte da Leonardo nella Vergine delle Rocce, dopo aver studiato la zona per risolvere il problema delle conche di Paderno (non ci riuscì, per inciso); e il santuario della rocchetta su uno sperone del fiume, prima insediamento neolitico, poi presidio militare romano, poi medievale, poi covo di briganti,e infine santuario, tutto in una piccola casettina che però è stata tante cose; come la rocca di Trezzo, che in alto si trasforma in castello e in basso in centrale idroelettrica liberty.

I Navigli vengono quindi citati spesso come esempio dell'ingegnosità e versatilità dei milanesi. Bisogna sapere però che se pur le conche furono appunto inventate qui a metà del 1400, quelle effettivamente funzionanti erano solo quelle verso la cerchia interna e sul naviglio di Bereguardo (che peraltro non arrivava fino a Pavia, l'ultimo pezzo bisognava farlo a dorso di mulo); sul Pavese la Conca Fallata (=sbagliata) ci ricorda appunto che al tempo degli Spagnoli non erano riusciti a farle (le farà Napoleone all'inizio Ottocento), ma anche a Paderno quelle del Meda erano crollate (le realizzarono gli austriaci a metà Ottocento), e anche quelle di Vizzola sono austriache (realizzate subito prima che la ferrovia rendesse inutile il trasporto fluviale, peraltro).
E anche per le prime centrali idroelettriche, certo a suo tempo le prime in Europa per potenza, ma il brevetto è americano (Westinghouse), comprato all'Expo di Parigi del 1889,quello della Tour Eiffel tanto per intenderci (mentre all'Expo 2015 il massimo che si poteva comprare erano le patatine belghe o l'hamburger di coccodrillo, per dire); la vera genialata in realtà fu da una parte il trasporto a distanza della corrente alternata (la centrale precedente - a carbone – era di fianco al Duomo), dall'altra quella sorta di project financing ante litteram per cui i costi della centrale erano ripagati gestendo la rete tramviaria cittadina elettrificata, in attesa che si formasse la domanda di energia elettrica da parte dell'industria che aveva trovato così un fattore localizzativo (davvero geniale).
Quindi non è che ci sia da vantarsi più di tanto, un po' ce la contiamo. Bravi sì, non eccezionali. Anche il cosiddetto traghetto di Leonardo, quello che va da una sponda all'altra dell'Adda senza motore, pare non sia stato Leonardo ad inventarlo, c'è in tutto il mondo. Come anche il cosiddetto miracolo economico del dopoguerra, diciamocelo, è stato più che altro un trasferimento di brevetti e know-how dagli Stati Uniti per tenerci nella loro orbita e creare un mercato di sbocco, soldi e lavoro per creare consenso e allontanare il rischio sovietico (vedi Eichengreen). Finito quello, finiti i trasferimenti, il miracolo non si ripropone (checché ne continuino ad auspicare i giornali).
Vabbe'. Mi piacerebbe sapere però quanti posti ci sono al mondo dove puoi partire con la bici dal centro città, andare in campagna, passare per ville e luoghi storici, vedere boschi e rami morti di fiume pieni di animali,cerbiatti ma soprattutto uccelli, gallinelle d'acquea, svassi, garzette, aironi, sdraiarsi in riva al fiume e alla fine arrivare sui laghi in vista alle montagne piene di neve, un'aria frizzantina. Be', è proprio straordinario – tanto è vero che si incontrano non pochi turisti stranieri, perlopiù tedeschi, con carte topografiche esattissime (poi meglio tornare in treno, benedetto il giorno che hanno ammesso il trasporto bici – prima era una faticaccia. Ma ne valeva comunque la pena).

giovedì 3 novembre 2016

Knausgard

La morte del padre

Le prime pagine sono terribili, tanto che avevo smesso di leggerlo. Ma era un libro in prestito dalla biblioteca, la scadenza della restituzione era vicina, allora l'ho ripreso e sono andato avanti. E non sono più riuscito a staccarmi.
Non succede niente, in realtà. Centinaia e centinaia di pagine in cui si raccontano episodi di una vita normalissima, lui è un ragazzino, va a scuola, ha un fratello, un papà, una mamma, diventa grande. Eppure non si riesce a smettere di leggere. E alla fine si capisce anche il senso di quelle terribili pagine iniziali, con un finale terribile, terribile ma che dice in modo chiaro, ineluttabile e nel modo in cui bisogna dirlo, quello che c'è nel titolo.

Kosmos und Taxis

Quando studiavo all'università, sui libri di storia delle città veniva sempre riportata la pianta dell'antica città greca di Mileto, patria dell'urbanistica (il famoso Ippodamo da Mileto): tante fitte curve di livello, bizzarre e sinuose, ad indicare una natura aspra, scoscesa, difficile; e su questa l'imposizione di una maglia geometrica chiara, perfettamente ortogonale.
Il significato era chiaro: tu natura puoi fare quello che vuoi, io uomo ti imporrò la mia regola razionale. La taxis di un esercito geometricamente ben disposto che si impone sul kosmos dell'ordine naturale.
E su quell'esempio, quanti progetti di quartieri residenziali perfettamente ortogonali, che si andavano ad imporre sulle forme bizzarre e imperfette della città storica.
Sono andato a vedere Mileto (be', i suoi resti). Innanzitutto, è quasi piatta, il dislivello fra la cima (l'acropoli) e il porto sarà al massimo di qualche metro, uno o due a dir tanto, centimetri, altro che drammatiche curve di livello.
E poi non è affatto ortogonale, quando la leggera collina dell'acropoli incontra il vago avvallamento del porto, ecco è come se le strade sentissero quella influenza, e leggermente si incurvano (quella veramente erta è la dirimpettaia Priene: che infatti è una città assurda, tutta gobbe, invivibile).
(cari i miei progettisti di nuovi quartieri residenziali!)

lunedì 29 agosto 2016

Svetlana Aleksievič

Tempo di seconda mano

Davvero una grande scrittrice, molto brava a far parlare e a raccogliere le testimonianze della tragedia russa: ex internati nei gulag, ex cekisti, gorbacioviani, eltsiniani, rampanti neoliberisti, mendicanti, militari, emigrati: è un mondo colto con grande immediatezza nelle parole di chi queste cose le ha vissute in prima persona.
E più o meno tutti rimpiangono due cose: l’idealismo, i grandi obiettivi, il sacrificio, il coraggio (stranamente, sia gli internati che gli uomini di partito); e d’altra parte le piccole cose, le amicizie, la cultura. Il mondo in cui sono stati gettati è invece del tutto opposto:
- nessun ideale, nessun grande obbiettivo
- l’insicurezza su tutto, lottare per sopravvivere, il tradimento degli amici, la cultura che non conta più niente (più o meno come da noi, insomma).
Ma certo non si riesce neanche a rimpiangere bene il passato, con le cose terribili che sono venute fuori. E comunque che grande umanità che emerge! Passioni, sentimenti, confessioni: l'animo russo non è mai morto. E chi spicca di più di più sono le donne: frivole, amorose, compassionevoli, profondamente comprensive. Ci sono episodi indimenticabili, da quella che invece di legarsi al giovane ingegnere rampante, sceglie di sposare quello appena tornato dal gulag, "ho sentito che dovevo farlo - ma solo dopo che è morto mi sono reso di quanto era bello, fino ad allora aveva sempre il viso contratto", alla zia contadina analfabeta che muove mari e monti per recuperare le nipotine disperse in Siberia, e quando finalmente arrivano, viene di corsa per chilometri a recuperarle ("solo abbracciata alla pancia della zia ho iniziato a rivivere"), alla sconosciuta che consola la bambina durante il suo viaggio da sola "non avere paura, passerottina mia", fino alle parole terribili della madre al giovane cekista che ha appena denunciato lo zio, facendolo uccidere: "e adesso vattene, povero figlio mio". Si piange molto, vi avviso. Ma non perché è triste, ma perché è commovente.


(ps: “la guerra non ha volto di donna”, sulle donne russe che hanno fatto il soldato durante la seconda guerra mondiale, malgrado il tema sia davvero interessante, non è così bello. Troppo lungo, forse un po' reticente su alcune questioni – tipo il sesso, dove si passa da un estremo all’altro, o “eravamo tutti come fratelli” o “non ne potevo più di farmi mettere le mani addosso, mi sono messa con il comandante solo per stare in pace”, forse anche un po’ conformista, visto che quando è stato scritto il regime c’era ancora. Comunque impagabile lo stupore di cechi e polacchi quando scoprivano che il comandante delle truppe che li avevano liberati dai nazisti era… una ragazza di vent’anni. Davvero sembrava un nuovo mondo.)


Carrère

Vite che non sono la mia
La vita come un romanzo russo

Grande scrittore. Con uno stile a metà fra giornalismo, saggistica avvincente, e sincero (e straziante) autobiografismo, riesce a trattare temi difficili come la morte dei bambini o la malattie precoce. L'autoironia sulla vicenda amorosa che credeva di dominare brillantemente (alla francese) è poi impagabile.

(carini anche il Regno e Io sono vivo, voi siete morti. L'Avversario e Limonov, che sono i suoi più noti, mi convincono meno – se ne sta più nascosto)

Pennacchi

Il fasciocomunista
Canale Mussolini
Camerata Neandertal
Viaggio nelle città del Duce
Palude
Shaw 150

Non avrei mai immaginato che la provincia di Latina fosse così interessante.
Il fasciocomunista poi è un'esatta rappresentazione dei tipi umani all'epoca del ribellismo anni '60 e '70, nei vari estremi, fascisti e maoisti, e nei rapporti fra amici e parenti.
Camerata N. e il viaggio nelle città di fondazione sono poi corretti e completi anche da un punto di vista culturale e professionale (solo un appunto: non è vero che all'università – per lo meno la mia – non facessero studiare l'urbanistica fascista, mi ricordo che da studente ero anche andato appunto a visitare Fertilia, piccola ma bella).
Canale Mussolini giustamente apprezzato, le zie venete sembrano vere.
Insomma Pennacchi è il contrario (grazie a dio) del tipico scrittore italiano, esangue, autoreferenziale, sterile, incomprensibile: è invece chiaro, immediato, diretto, sincero, interessante. Non a caso finita la politica ha fatto l'operaio, non il professore (come altri). Complimenti!


(un po' deludente invece il proseguo del Canale, un po' ripetitivo, più che altro)