Secondo una studiosa inglese, il problema vero è stato l’invenzione dell’agricoltura. Non è vero che così ci si nutriva meglio, gli studi sugli scheletri antichi dimostrerebbero il contrario. Solo, così sopravvivevano più persone, si lavorava di più, anche, e le comunità diventavano più numerose e organizzate, montagne di individui asserviti a pochi capi, pronti a diventare masse di soldati obbedienti, dediti ad occupare i territori dei popoli rimasti cacciatori e raccoglitori; condizione quest'ultima molto più consona alla nostra natura. Siamo nati per essere pochi in una vasta natura; i cacciatori lavoravano 15-18 ore alla settimana al massimo. Il resto è del diavolo
(ovvero, tutto).
(ma come tornare indietro?)
(Secondo Marija Gimbutas invece gli antichi Europei dediti all' agricoltura erano pacifici: le loro città non avevano fortificazioni, le statue parlano di dee della fertilità. Ma furono distrutti dai pastori indoeuropei che nelle steppe a nord del Caucaso avevano imparato a cavalcare il cavallo, e poi a fare armi di bronzo, e nelle loro tombe ci sono solo capi maschi guerrieri (al limite, qualche donna sacrificata per l'occasione). Quindi sarebbe il dominio sull'animale all'origine delle gerarchie. In ogni caso siamo lì, non era agricoltura organizzata.)
Salve, potrebbe darci la fonte di questo interessante commento? Di che studiosa inglese si tratta?
RispondiEliminaahimè è passato troppo tempo, non trovo più l'appunto. Adesso lo cerco meglio e se lo trovo pubblico tutti i riferimenti (che vergogna...)
RispondiEliminaSono pienamente d'accordo con il punto di vista espresso. Ne parla anche Mumford in Authoritarian and Democratic Technics. In effetti una popolazione numerosa e organizzata, non in equilibrio con il proprio territorio è costretta ad espandersi per soddisfare la popolazione in crescita.
RispondiEliminaL'agricoltura richiede costante sviluppo tecnologico per ovviare all'esaurimento delle risorse e la guerra per accaparrarle. Su queste basi ogni civilizzazione è destinata a far collassare gli ecosistemi su cui si basa e seminare morte all'esterno dei propri confini.
Consiglio la lettura di "Ishmael", di Daniel Quinn. In parte la questione è affrontata anche nel libro "Sapiens"di Harari, ma preferisco di gran lunga il primo per come la cosa è messa in prospettiva.
Ne parla Mumford in Authoritarian and Democratics Technics, ma consiglio anche la lettura di Ishamel di D. Quinn
RispondiEliminaho iniziato a leggerlo, interessante (un po' anni '60, vero... ;-)
EliminaMmm, speriamo bene ^-^'
RispondiEliminaNiente, ho ritrovato l'appunto, ma dice: "non ricordo il nome della studiosa inglese che..." Ci vorrà del tempo. Nel frattempo, se può consolare, un inno alle persone senza nome: https://il-lato-oscuro.blogspot.com/2020/09/quando-ti-incontrai-kd.html
EliminaHaha, che storia! Grazie della ricerca comunque
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