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Perbene
C'è stato un periodo in cui essere
perbene era giudicato male. Era un po' come dire conformista, banale,
ordinario: insomma un po' un vile, un servo del potere.
Alle ragazze poi quelli perbene non
piacevano per niente. Bisognava essere maledetti, straordinari,
quelli che stanno fuori tutta la notte, matti, sorprendenti, che si
facevano di cose strane e chissà che cose misteriose combinavano...
(per non parlare di quelli che giravano con la pistola, il poeta-soldato, che fascino, sì!)
Quelli normali li schifavano, mica sto con i normali, era una frase
tipica.
Nel centro sociale c'è un dibattito
sulla casa, tutti hanno diritto di parola. Inizia a parlare uno, è
ubriaco (a metà pomeriggio), biascica, urla qualche luogo comune, si
impappina: silenzio! Lasciatelo parlare. Perché è uno che le
contraddizioni del capitale le vive sulla sua pelle, perché è una
testimonianza schietta e innovativa, poche seghe mentali.
Un altro si è preparato. Fa il
sindacalista per gli inquilini nei quartieri popolari, sa tutti i
dati sugli sfratti, sui cavilli nascosti nella nuova legge regionale,
ma anche sui meccanismi di formazione della rendita e sul ruolo di
addomesticatore sociale della casa in proprietà, aspetta il suo
turno per parlare. Ma l'ubriaco parla, parla, non la smette mai,
oramai non lo ascolta più nessuno, la gente inizia a cazzeggiare con
il vicino, il dibattito continuerà un'altra volta, adesso parte la
musica.
Ma essere perbene vuol dire anche
essere affidabili, attenti, rispettosi, dedicati alle cose che si
fanno. Quando qualche tempo fa il nostro ospite su Airbnb ci ha
descritto come “davvero perbene” mi ha fatto proprio contento.
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