lunedì 29 agosto 2016

Svetlana Aleksievič

Tempo di seconda mano

Davvero una grande scrittrice, molto brava a far parlare e a raccogliere le testimonianze della tragedia russa: ex internati nei gulag, ex cekisti, gorbacioviani, eltsiniani, rampanti neoliberisti, mendicanti, militari, emigrati: è un mondo colto con grande immediatezza nelle parole di chi queste cose le ha vissute in prima persona.
E più o meno tutti rimpiangono due cose: l’idealismo, i grandi obiettivi, il sacrificio, il coraggio (stranamente, sia gli internati che gli uomini di partito); e d’altra parte le piccole cose, le amicizie, la cultura. Il mondo in cui sono stati gettati è invece del tutto opposto:
- nessun ideale, nessun grande obbiettivo
- l’insicurezza su tutto, lottare per sopravvivere, il tradimento degli amici, la cultura che non conta più niente (più o meno come da noi, insomma).
Ma certo non si riesce neanche a rimpiangere bene il passato, con le cose terribili che sono venute fuori. E comunque che grande umanità che emerge! Passioni, sentimenti, confessioni: l'animo russo non è mai morto. E chi spicca di più di più sono le donne: frivole, amorose, compassionevoli, profondamente comprensive. Ci sono episodi indimenticabili, da quella che invece di legarsi al giovane ingegnere rampante, sceglie di sposare quello appena tornato dal gulag, "ho sentito che dovevo farlo - ma solo dopo che è morto mi sono reso di quanto era bello, fino ad allora aveva sempre il viso contratto", alla zia contadina analfabeta che muove mari e monti per recuperare le nipotine disperse in Siberia, e quando finalmente arrivano, viene di corsa per chilometri a recuperarle ("solo abbracciata alla pancia della zia ho iniziato a rivivere"), alla sconosciuta che consola la bambina durante il suo viaggio da sola "non avere paura, passerottina mia", fino alle parole terribili della madre al giovane cekista che ha appena denunciato lo zio, facendolo uccidere: "e adesso vattene, povero figlio mio". Si piange molto, vi avviso. Ma non perché è triste, ma perché è commovente.


(ps: “la guerra non ha volto di donna”, sulle donne russe che hanno fatto il soldato durante la seconda guerra mondiale, malgrado il tema sia davvero interessante, non è così bello. Troppo lungo, forse un po' reticente su alcune questioni – tipo il sesso, dove si passa da un estremo all’altro, o “eravamo tutti come fratelli” o “non ne potevo più di farmi mettere le mani addosso, mi sono messa con il comandante solo per stare in pace”, forse anche un po’ conformista, visto che quando è stato scritto il regime c’era ancora. Comunque impagabile lo stupore di cechi e polacchi quando scoprivano che il comandante delle truppe che li avevano liberati dai nazisti era… una ragazza di vent’anni. Davvero sembrava un nuovo mondo.)


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